"Spazio" è una parola apparentemente neutra, primaria, quasi ovvia. Eppure è uno dei termini più densi e ambigui del lessico contemporaneo. Indica ciò che sta tra le cose e, al tempo stesso, ciò che le rende possibili; è contenitore e relazione, distanza e campo, vuoto e infrastruttura. Ogni tentativo di definirlo una volta per tutte è destinato a fallire, perché lo spazio non è mai dato: è prodotto, interpretato, attraversato. La sua ambiguità ne giustifica l’indagine in ambito multidisciplinare.
Nella sua accezione fisica, lo spazio rimanda a un’estensione misurabile, percorribile, osservabile. È il dominio della geometria, della cartografia, della pianificazione.
Nel contesto della geomatica, la definizione di spazio assume una connotazione tecnica e funzionale, legata alla rappresentazione, misurazione e modellazione del territorio attraverso strumenti digitali e georiferiti. Lo spazio geomatico è un’entità strutturata da coordinate, scale, sistemi di riferimento e livelli informativi: un campo continuo discretizzato in dati. Le sue componenti chiave sono la localizzazione (posizione assoluta e relativa), la geometria (forme e dimensioni), la topologia (relazioni spaziali), il tempo (dinamica e aggiornamento) e l’attributo informativo. A questa nozione concorrono oggi strumenti come i sistemi informativi geografici (GIS), il telerilevamento satellitare, le tecniche di fotogrammetria digitale, il rilievo laser scanner e LiDAR, i sistemi di posizionamento globale e le reti di sensori territoriali, che permettono di descrivere lo spazio come un sistema multilivello, interrogabile, simulabile e costantemente aggiornabile.
Ma ridurlo a una dimensione puramente metrico-funzionale significa ignorare la sua natura più profonda. Lo spazio non è solo ciò che si misura: è ciò che si abita. E abitare non coincide con occupare una superficie, bensì con costruire relazioni, attribuire significati, produrre memoria.
In ambito urbano e territoriale, lo spazio è sempre il risultato di un intreccio tra materia e potere, tra forme costruite e pratiche sociali. Le strade, le piazze, i margini, le infrastrutture non sono mai semplici supporti neutri: orientano comportamenti, includono o escludono, rendono visibili alcune presenze e ne occultano altre. Ogni spazio è quindi anche uno spazio politico, perché incorpora decisioni, conflitti, visioni del mondo. La pianificazione non organizza solo superfici, ma prefigura futuri possibili.
Accanto alla dimensione fisica esiste uno spazio simbolico, fatto di rappresentazioni, narrazioni, immaginari. Le mappe non descrivono soltanto il territorio: lo interpretano. Le immagini dall’alto, le simulazioni, i modelli digitali del terreno e delle città, i Digital twin urbani, le simulazioni tridimensionali e gli scenari previsionali costruiti tramite software GIS e piattaforme di modellazione spaziale generano un’idea di spazio che influenza il modo in cui lo percepiamo e lo governiamo. In questo senso, lo spazio è sempre mediato: ciò che vediamo è inseparabile dagli strumenti con cui guardiamo. Nel presente, questa stratificazione si intensifica. Lo spazio diventa sistema: una rete di flussi materiali e immateriali, di dati, sensori, connessioni. La città non è più solo un insieme di luoghi, ma un ambiente informato, monitorato, continuamente riscritto. Lo spazio urbano si estende oltre il suolo, si verticalizza, si smaterializza, si proietta in piattaforme digitali che ne moltiplicano le dimensioni e ne complicano il governo. Qui emerge una tensione cruciale: tra lo spazio come campo di conoscenza e lo spazio come dispositivo di controllo.
Allargando ulteriormente lo sguardo, lo spazio assume una dimensione futuribile ed extraterrestre. La sua conoscenza è mediata da strumenti di osservazione remota sempre più sofisticati: satelliti di osservazione della Terra, telescopi spaziali, sonde planetarie, radar e sensori multispettrali che trasformano l’universo in un campo di dati interpretabili. Lo spazio cosmico non è più solo l’ignoto, ma un territorio misurato, mappato, modellizzato, anticipato attraverso simulazioni. Non è più solo il luogo dell’abitare umano, ma un orizzonte di espansione, esplorazione, appropriazione. Le narrazioni sullo spazio cosmico ripropongono, amplificandole, le stesse domande che attraversano le geografie terrestri: chi ha diritto allo spazio? Chi lo nomina, lo misura, lo sfrutta? Anche il vuoto apparente diventa territorio potenziale, carico di implicazioni politiche, economiche e simboliche.
In questa prospettiva, lo spazio non è mai innocente. È una costruzione culturale che riflette i rapporti di forza di ogni epoca. Pensarlo come semplice sfondo significa rinunciare a comprenderne il ruolo attivo nella produzione della realtà. Al contrario, riconoscerne la complessità permette di restituirgli una dimensione critica: lo spazio come luogo di possibilità, di conflitto e di progetto.
Per l’urbanistica e per le discipline del territorio, interrogare lo spazio significa interrogare il futuro. Non tanto chiedersi come sarà, ma decidere come vogliamo abitarlo. Tra Terra e oltre-Terra, tra città reali e città immaginate, lo spazio resta il campo in cui si giocano le scelte collettive più profonde: non un semplice contenitore del mondo, ma una delle sue forme fondamentali di espressione.