Urbanistica INFORMAZIONI

Ripartire dalle città

Ripartire dalle città sembra essere diventata la chiave di azione del rilancio dell’economia del Paese; ne è convinto il Governo che ne ha fatto un punto strategico del Decreto legge 83/2012 “Misure urgenti per la crescita del paese” prevedendo all’articolo 12 un “Piano nazionale per le città”, ne sono conviti i costruttori (Ance) assieme agli ordini degli architetti e lo argomentano gli studi del Cresme e del Censis. L’Inu da tempo ha posto il tema delle risorse per la rigenerazione urbana.
Una vasta convergenza che trova ragioni strutturali nella crisi, ma che fatica ad indirizzare provvedimenti e risorse capaci di innescare nuovi processi di investimento e sviluppo.
Proviamo a ripartire dalla diagnosi. In Italia la stagnazione non è arrivata improvvisamente come lascito della pesante crisi finanziaria, ma rappresenta piuttosto il punto di arrivo di un declino del sistema produttivo che dura da almeno tre decenni. Studi recenti del Cresme [1] indicano come “il settore delle costruzioni è entrato nel sesto anno di recessione. Nella sua fase espansiva (’95-’06) il ciclo edilizio, iniziato a metà degli anni Novanta, aveva sospinto i livelli di produzione sui valori più elevati a partire dal secondo dopoguerra. Il successivo crollo a partire dal 2007, non è stato da meno, battendo ogni precedente record di intensità e di persistenza”. Alla endemica scarsità di risorse pubbliche si presenta uno scenario di assenza (o attesa) di investitori privati e il modello perequativo costruito negli anno Novanta attraverso i programmi complessi e le sperimentazioni delle nuove leggi regionali sembra un’arma spuntata scarsamente utilizzabile. Bisogna però evitare di pensare (come ricorda Edoardo Zanchini nella sezione contenuta in questo numero sulle nuove politiche per la mobilità) che, in un quadro di difficoltà della spesa pubblica, sia impossibile intervenire e, soprattutto, farlo con le solite politiche. “Le aree urbane possono infatti diventare un motore di crescita economica ma solo se si porteranno avanti interventi diversi dal passato, con una chiara selezione delle priorità di spesa, una fortissima integrazione di politiche urbanistiche e infrastrutturali, e obiettivi chiari che tengano assieme miglioramento del servizio, qualità, innovazione” .
I dati del Cresme ci vengono nuovamente in aiuto evidenziando che il nuovo ciclo edilizio che si sta aprendo, se presenta segni negativi per i settori tradizionali, evidenzia una “una vera e propria riconfigurazione, un cambiamento di struttura” che coinvolge diversi comparti, attori e territori. Le criticità del territorio e delle città sono contemporaneamente i settori economici di investimento più dinamici:
- crescono gli impianti per la produzione di energie rinnovabili (ai prezzi correnti 39 miliardi contro 25 delle nuove costruzioni);
- cresce il recupero, anche grazie agli incentivi dell’efficentamento energetico (sono 7 i miliardi di incentivi del 55%)
- nelle opere pubbliche crescono gli investimenti in partenariato e quelli che includono la gestione in rapporto a quelli di sola esecuzione.

Il filo rosso che lega i temi presentati in questo numero è riassumibile nelle emergenze e nelle criticità delle aree urbane: l’edilizia sociale, le infrastrutture per la mobilità, la governace e i problemi di governo delle città metropolitane. Sono nodi irrisolti da decenni, nodi non affrontati dai piani e dalle politiche urbane neppure nella fase della grande crescita edilizia degli anni a cavallo del Duemila; temi che anche le città più attente al governo del territorio si trovano ancora a dover affrontare: la mobilità a Bologna, la casa a Milano.
A questi si aggiungono la drammatica situazione energetica degli edifici dovuti all’anzianità del stock esistente e all’assenza di manutenzione; le aree a dissesto idrogeologico che rappresentano il 10% della superficie italiana e riguardano l’82% dei comuni; le aree ad elevato rischio sismico che riguardano il 50% del territorio e il 38% dei comuni [2].
Il quadro delle emergenze e delle domande prefigura un scenario economico tutto diverso dal ciclo dell’espansione della grande crescita di nuova edificazione, peraltro in gran parte ancora non collocata, uno scenario vhe deve essere colto in primo luogo dagli operatori e degli stessi Piani e politiche pubbliche avviando un nuovo ciclo capace di indirizzare e spendere meglio le poche risorse disponibili, facilitando l’integrazione tra politiche urbane e investimenti settoriali nelle infrastrutture e nella difesa del suolo..
Il “Piano nazionale per le città” potrebbe favorire un’accelerazione dei processi di recupero e rigenerazione urbana, e potrebbe fornire una veste operativa ad aspettative di intervento sollecitate da più parti. E’ipotizzabile che gli effetti di tali operazioni potranno innescare, con il tempo, processi duraturi di riqualificazione e di miglioramento della qualità urbana, permettendo la realizzazione di interventi rilevanti in un quadro di risorse sempre più scarse. Pur riconoscendo che il provvedimento va nella giusta direzione, va rilevato però una fondamentale criticità: l’entità delle risorse economiche effettivamente messe a disposizione (224 milioni spalmati su 6 anni), risulta davvero modesta anche considerando l’effetto volano, ottimisticamente auspicato dal decreto, nei confronti degli investimenti privati.

[1Cresme, Città, mercato e rigenerazione 2012. Analisi di contesto per una nuova politica urbana. Milano aprile 2012

[2Cresme, op. cit.

Data di pubblicazione: 15 agosto 2012