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	<title>Urbanistica informazioni</title>
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		<title>Centro storico di Ragusa: tra citt&#224; pubblica e citt&#224; di relazioni</title>
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		<dc:subject>Aperture</dc:subject>
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		<dc:subject>Ragusa</dc:subject>
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		<dc:subject>Apertura logo a colori e testo in Home page</dc:subject>
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&lt;p&gt;In IV di copertina: &#8220;Ragusa, vista su Ibla e treno a vapore sulla Vallata San Leonardo, 1952&#8221;. Stampa su carta baritata ai sali d'argento formato 30x40 (Crediti: Comune di Ragusa, Fondo Giuseppe Leone). &lt;br class='autobr' /&gt;
Lo scatto di Giuseppe Leone, 1952, fissa la Vallata di San Leonardo, detta dei cento mulini, nell'attimo in cui un treno merci la attraversa, sospeso sugli archi del viadotto ferroviario, tra le foschie del primo mattino e il profilo di Ragusa Ibla che si staglia sullo sfondo. L'immagine viene (...)&lt;/p&gt;


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 <content:encoded>&lt;img class='spip_logo spip_logo_right spip_logos' alt=&#034;&#034; style='float:right' src='http://urbanisticainformazioni.it/local/cache-vignettes/L150xH100/arton1134-6146d.png?1791047153' width='150' height='100' /&gt;
		&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;In IV di copertina: &#8220;Ragusa, vista su Ibla e treno a vapore sulla Vallata San Leonardo, 1952&#8221;.&lt;br class='autobr' /&gt;
Stampa su carta baritata ai sali d'argento formato 30x40 (Crediti: Comune di Ragusa, Fondo Giuseppe Leone).&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;&lt;span class='spip_document_1726 spip_documents'&gt; &lt;img class='img-responsive' src='http://urbanisticainformazioni.it/local/cache-vignettes/L500xH632/quarta-14-5a622.png?1791047153' alt=&#034;&#034; width='500' height='632' /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo scatto di Giuseppe Leone, 1952, fissa la Vallata di San Leonardo, detta dei cento mulini, nell'attimo in cui un treno merci la attraversa, sospeso sugli archi del viadotto ferroviario, tra le foschie del primo mattino e il profilo di Ragusa Ibla che si staglia sullo sfondo.&lt;br class='autobr' /&gt;
L'immagine viene qui letta alla luce delle Linee guida per la rigenerazione urbana e la rivitalizzazione sociale del centro storico di Ragusa, predisposte dall'Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici a supporto dell'Amministrazione comunale (2024-2025): un percorso di ricerca e ascolto che ha restituito una lettura inedita della citt&#224; storica e delle sue relazioni con il territorio. La Vallata di San Leonardo insieme a quella di Santa Domenica, circondano Ragusa nei suoi due colli: Ibla e Prato. Le vallate sono tutto per Ragusa. Sono state orti, mulini, cave di pietra e di pece, sorgenti d'acqua e necropoli. Oggi questa simbiosi va riscoperta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ragusa si compone di tre nuclei storici &#8211; Ibla, Ragusa Superiore e il quartiere Cappuccini &#8211; sorti da vicende morfologiche, funzionali e sociali differenti, ciascuno con un proprio carattere identitario consolidato nel tempo. Eppure, proprio per la natura relazionale e osmotica che da sempre caratterizza la citt&#224; storica nel suo rapporto con il contesto circostante, questi tre ambiti non sono mai stati pensati come centri a s&#233; stanti, separati e autosufficienti, ma come parti di un unico organismo urbano, tenuto insieme da ponti, percorsi, spazi pubblici e infrastrutture capaci di superare i dislivelli naturali, i condizionamenti sociali e di costruire continuit&#224; tra le diverse porzioni di citt&#224;, in un disegno che da sempre travalica i confini amministrativi e morfologici dei singoli quartieri.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il treno che solca la vallata sospeso sul viadotto &#232; dunque metafora di quella &#8220;citt&#224; pubblica&#8221; che lega Ibla, Ragusa Superiore e il quartiere Cappuccini in una trama unitaria di spazi, infrastrutture e funzioni, pensate al servizio delle diverse comunit&#224; urbane.&lt;br class='autobr' /&gt;
Come allora il convoglio attraversava la vallata per proseguire il proprio cammino verso il territorio circostante, cos&#236; la citt&#224; storica si &#232; alimentata di scambi che ne superano i confini fisici, intrecciando il proprio destino a quello della regione che la circonda e di cui costituisce, da sempre, nodo identitario e funzionale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&#8220;Costruire relazioni&#8221; significa allora intendere il centro storico non come un recinto monumentale da preservare in modo statico, ma come un organismo vivo, fatto di legami materiali e immateriali tra i quartieri, tra le generazioni, tra i cittadini e i luoghi che abitano e attraversano quotidianamente.&lt;br class='autobr' /&gt;
La vallata fotografata da Leone, con le sue acque, i suoi argini e il suo viadotto, &#232; essa stessa un dispositivo relazionale: separa fisicamente due parti di citt&#224; ma, attraverso l'infrastruttura che la attraversa, le mette in comunicazione, anticipando per immagini quella dimensione di 'citt&#224; delle relazioni' che continua a definire l'identit&#224; pi&#249; profonda di Ragusa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In questa prospettiva, la fotografia invita a guardare oltre i confini ristretti del centro storico: la rigenerazione urbana contemporanea richiede di pensare la citt&#224; storica in un dialogo costante con il territorio e il paesaggio che la circondano, superando ogni logica di separatezza tra centro e periferia, tra passato e presente, per costruire un'unica e duratura trama di relazioni a servizio di chi la citt&#224; storica abita, attraversa e vive ogni giorno.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>Citt&#224; pubblica</title>
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		<dc:subject>Significante &amp; significati</dc:subject>
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		<dc:subject>Apertura solo testo in Home page</dc:subject>
		<dc:subject>Mostra articolo nella lista</dc:subject>

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&lt;p&gt;Il termine non designa semplicemente l'insieme degli spazi, degli edifici e dei servizi di propriet&#224; pubblica; ma rinvia, pi&#249; radicalmente, alla capacit&#224; della citt&#224; di costituirsi come spazio di diritti, di relazioni e di regolazione collettiva delle disuguaglianze. &lt;br class='autobr' /&gt;
Da una prospettiva sociologica e urbanistica, la citt&#224; pubblica non &#232; una porzione specifica dell'urbano, distinta dalla citt&#224; privata, ma un concetto politico e sociale che investe l'intera organizzazione dello spazio, orientandone la (...)&lt;/p&gt;


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 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Il termine non designa semplicemente l'insieme degli spazi, degli edifici e dei servizi di propriet&#224; pubblica; ma rinvia, pi&#249; radicalmente, alla capacit&#224; della citt&#224; di costituirsi come spazio di diritti, di relazioni e di regolazione collettiva delle disuguaglianze.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da una prospettiva sociologica e urbanistica, la citt&#224; pubblica non &#232; una porzione specifica dell'urbano, distinta dalla citt&#224; privata, ma un concetto politico e sociale che investe l'intera organizzazione dello spazio, orientandone la distribuzione di opportunit&#224;, la protezione alla vulnerabilit&#224; e le possibilit&#224; di vita quotidiana. In questa prospettiva, piazze, strade, scuole, trasporti, servizi sanitari, verde, biblioteche, presidi sociali e spazi terzi di quartiere non sono semplici dotazioni urbane, ma costituiscono dispositivi attraverso cui i diritti acquistano una consistenza materiale. Un diritto formalmente riconosciuto resta infatti incompleto se non esistono le condizioni concrete per esercitarlo, se un servizio &#232; presente ma difficilmente raggiungibile, se una piazza o un parco sono accessibili ma privi di ombra, sedute, illuminazione o condizioni di sicurezza. Il carattere pubblico va dunque valutato attraverso l'accessibilit&#224;, l'usabilit&#224;, la prossimit&#224;, la continuit&#224;, l'appropriabilit&#224; e la capacit&#224; di accogliere una pluralit&#224; di soggetti, pratiche e bisogni differenti. Questa prospettiva assume una particolare rilevanza nei centri storici, dove la dimensione pubblica dello spazio si intreccia con la densit&#224; del patrimonio, la stratificazione degli usi e la permanenza delle funzioni ordinarie dell'abitare. La qualit&#224; pubblica della citt&#224; storica dipende, dunque, non soltanto dalla conservazione dei suoi spazi e manufatti, ma dalla capacit&#224; di mantenerli accessibili, abitabili e inseriti nelle pratiche quotidiane delle comunit&#224; locali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La citt&#224; pubblica non &#232; costruita per un utilizzatore universale e astratto. Dimensioni dei marciapiedi, tempi semaforici, presenza di panchine, illuminazione, disponibilit&#224; di bagni, tariffe, orari e dispositivi di controllo definiscono concretamente chi possa muoversi in autonomia e chi sia invece esposto a ostacoli, dipendenze o esclusioni. La sua qualit&#224; si misura nella capacit&#224; di riconoscere le differenze (di genere, et&#224;, classe, condizione fisica) senza trasformarle in svantaggi, e nel tenerle insieme come bisogni materiali da soddisfare e identit&#224; da includere. La citt&#224; pubblica costituisce, per questo, un osservatorio privilegiato della giustizia sociale che prende forma nello spazio urbano, generando effetti cumulativi che si traducono in livelli anche profondamente differenziati di giustizia spaziale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La sua crisi contemporanea si manifesta attraverso processi convergenti: privatizzazione degli spazi, commercializzazione delle pratiche urbane, indebolimento dei servizi di prossimit&#224;, turistificazione, selezione degli usi legittimi, crescente centralit&#224; della sicurezza e del decoro. Uno spazio pu&#242; restare formalmente aperto, ma diventare socialmente selettivo: quando la sosta &#232; subordinata al consumo, quando la rigenerazione aumenta il valore immobiliare senza migliorare le condizioni degli abitanti, innescando gentrificazione, o quando il controllo sostituisce la cura. Questa dinamica trova nei centri e nelle citt&#224; storiche un caso paradigmatico. Qui il rischio &#232; che il patrimonio urbano venga tutelato come fattore estetico scisso dalla popolazione che lo abita. La turistificazione ne &#232; l'espressione pi&#249; nitida: piazze restaurate esteticamente ma svuotate di funzioni quotidiane, negozi di vicinato sostituiti da attivit&#224; turistiche, residenti espulsi dalla pratica degli affitti brevi. Parlare di citt&#224; pubblica nei centri storici significa quindi riconoscere un 'diritto alla citt&#224; storica' che tenga insieme continuit&#224; abitativa, permanenza dei servizi di prossimit&#224; e contrasto ai meccanismi di finanziarizzazione e all'espulsione silenziosa prodotta dalla rendita.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Particolarmente rilevante &#232; il rapporto fra citt&#224; pubblica e conflitto. Lo spazio pubblico non &#232; necessariamente uno spazio pacificato o armonico: &#232; il luogo nel quale bisogni, usi e visioni differenti diventano visibili e negoziabili, soprattutto nei contesti storici dove il conflitto tra valore patrimoniale e diritto all'abitare, fra memoria collettiva e trasformazione d'uso &#232; costitutivo del sistema urbano stesso. &#200; qui, pi&#249; che altrove, che la citt&#224; pubblica si configura cos&#236; come dispositivo di equilibrio tra tutela e trasformazione, assumendo la permanenza delle condizioni dell'abitare e della vita quotidiana come componenti costitutive della stessa conservazione urbana.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Parlare di citt&#224; pubblica significa infine interrogare il ruolo dell'azione collettiva e delle istituzioni. Senza un soggetto pubblico capace di garantire universalit&#224;, redistribuzione e continuit&#224;, la partecipazione rischia da un lato di essere un'esperienza parziale, riservata ai soggetti dotati di elevati livelli di capitale culturale, sociale e politico e dall'altro di trasformarsi in sostituzione del welfare o in trasferimento di responsabilit&#224; sulle comunit&#224; locali. La citt&#224; pubblica pu&#242; dunque essere definita come la dimensione materiale, relazionale e politica della citt&#224;, volta a generare e garantire benessere collettivo ed effettivit&#224; dei diritti e, come tale, costituisce un principio regolativo dell'intero sviluppo urbano. Difendere la citt&#224; pubblica significa contrastare la riduzione della citt&#224; a merce e riaffermarla come infrastruttura sociale, spazio condiviso e condizione materiale della democrazia.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
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		<title>La citt&#224; contemporanea e l'anomalia digitale</title>
		<link>http://urbanisticainformazioni.it/La-citta-contemporanea-e-l-anomalia-digitale.html</link>
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		<dc:subject>il Punto</dc:subject>
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		<dc:subject>Mostra articolo nella lista</dc:subject>

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&lt;p&gt;Tornare oggi a trattare della questione urbana non &#232; soltanto utile: &#232; addirittura necessario. In un articolo precedente, pubblicato solo due mesi fa in questa stessa Rivista (Talia 2026), ho cercato di mettere in evidenza come le trasformazioni che stanno investendo le citt&#224; e i territori del nostro Paese non possano pi&#249; essere affrontate come una sommatoria di emergenze settoriali, ma richiedano una visione complessiva e una rinnovata capacit&#224; di governo. Pur in un tempo cos&#236; breve il tema ha (...)&lt;/p&gt;


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		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Tornare oggi a trattare della questione urbana non &#232; soltanto utile: &#232; addirittura necessario. In un articolo precedente, pubblicato solo due mesi fa in questa stessa Rivista (Talia 2026), ho cercato di mettere in evidenza come le trasformazioni che stanno investendo le citt&#224; e i territori del nostro Paese non possano pi&#249; essere affrontate come una sommatoria di emergenze settoriali, ma richiedano una visione complessiva e una rinnovata capacit&#224; di governo.&lt;br class='autobr' /&gt;
Pur in un tempo cos&#236; breve il tema ha acquistato ulteriore centralit&#224;, e l'iniziativa promossa dall'Istituto nazionale di urbanistica per la redazione di un Libro bianco sulla questione urbana e per il varo di un'Agenda urbana nazionale pu&#242; contribuire a riportare la dimensione urbana al centro delle politiche del Paese. &#200; un percorso che ha gi&#224; raccolto l'adesione di un ampio e significativo arco di soggetti &#8211; Anci, Ancsa, Asvis, Censu, Cnappc, Cresme, Inarch, Italia Nostra, Legacoop Abitanti, Legambiente e Uisp &#8211; e che segnala l'esigenza, ormai largamente avvertita, di superare la frammentazione delle politiche pubbliche, riconoscendo alle citt&#224; e ai territori un ruolo decisivo nelle strategie di sviluppo nazionale.&lt;br class='autobr' /&gt;
&#200; dunque a partire da questa consapevolezza che vale la pena riprendere il filo del nostro ragionamento. Non per ribadire quanto gi&#224; detto, ma per compiere un ulteriore passo in avanti e interrogarsi sulle condizioni, sugli strumenti e sulle responsabilit&#224; oggi necessari per fare in modo che la questione urbana diventi un'autentica priorit&#224; dell'azione politica nazionale.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;L'impatto della rivoluzione tecnologica sulla societ&#224; urbana e la struttura della citt&#224;&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;La rimozione della questione urbana dal dibattito pubblico non ha coinciso con una riduzione della sua importanza. Al contrario, proprio mentre popolazione, attivit&#224; economiche e ricchezza continuano a concentrarsi nei sistemi urbani, le citt&#224; sono attraversate da trasformazioni profonde, in una fase segnata dalla debole crescita economica, dal declino demografico, dall'invecchiamento della popolazione, dalla transizione ecologica e digitale, e dalla riconfigurazione dei sistemi produttivi.&lt;br class='autobr' /&gt;
Ci&#242; che &#232; cambiato &#232; soprattutto il modo in cui queste trasformazioni si manifestano. Nella seconda met&#224; del '900 l'intensit&#224; dei processi di urbanizzazione rendeva immediatamente riconoscibili gli effetti spaziali dei mutamenti economico-sociali ed esercitava una pressione evidente sul territorio, che richiedeva l'intervento della politica, delle istituzioni e della stessa pianificazione.&lt;br class='autobr' /&gt;
Oggi il rapporto tra trasformazione sociale e modificazione dello spazio appare pi&#249; complesso. Le tecnologie digitali intervengono sui modi di lavorare, consumare, comunicare e produrre senza richiedere necessariamente nuovi edifici, infrastrutture o radicali alterazioni della morfologia urbana. Una parte rilevante della trasformazione avviene all'interno degli spazi esistenti, modificandone funzioni, tempi d'uso, valori e relazioni con il territorio.&lt;br class='autobr' /&gt;
La rivoluzione digitale non costituisce ad esempio solo una componente della trasformazione urbana. Essa modifica contemporaneamente le forme del lavoro, i rapporti economici, i comportamenti individuali e collettivi e i meccanismi attraverso i quali si costruiscono le relazioni sociali. Soprattutto, rende meno immediatamente leggibili le loro conseguenze territoriali.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il problema non consiste soltanto nel capire come la digitalizzazione stia trasformando la citt&#224;, ma nel comprendere perch&#233; una parte di questi cambiamenti sfugga alle categorie attraverso le quali siamo abituati a osservare e governare il territorio. Se in passato la trasformazione economica e sociale tendeva a produrre una corrispondente modificazione fisica dello spazio urbano, negli ultimi anni una quota significativa dei cambiamenti avviene sotto traccia e si manifesta attraverso flussi, piattaforme, relazioni a distanza e una crescente sovrapposizione di funzioni all'interno degli spazi e dei volumi esistenti.&lt;br class='autobr' /&gt;
&#200; proprio questo slittamento che rende attuale la riflessione di Franco Farinelli sulla crisi della ragione cartografica, e sulla necessit&#224; di sostituire le vecchie forme della rappresentazione. La questione, nella sua prospettiva, non &#232; la scomparsa dello spazio fisico, ma la crisi del modello spaziale attraverso il quale la modernit&#224; ha cercato di ordinare e rappresentare il funzionamento del mondo (Farinelli 2024).&lt;br class='autobr' /&gt;
La questione urbana rischia cos&#236; di diventare meno visibile proprio nel momento in cui acquista una nuova complessit&#224;. Questa &#232; probabilmente una delle ragioni per cui la rivoluzione digitale merita di essere considerata non soltanto come una componente della transizione urbana, ma come una chiave interpretativa della sua condizione attuale.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Il paradosso della citt&#224; invisibile&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Se la questione urbana non &#232; scomparsa, ma ha perso centralit&#224;, occorre chiedersi quali siano le ragioni di questa apparente contraddizione. La frammentazione delle politiche, la debolezza della programmazione nazionale e l'assenza di un'Agenda urbana nazionale spiegano certamente una parte del problema, ma non sembrano esaurirne la portata.&lt;br class='autobr' /&gt;
Una difficolt&#224; ulteriore deriva dalla natura delle trasformazioni in corso. In un Paese caratterizzato da crescita economica debole, declino demografico e invecchiamento della popolazione, una parte significativa dei cambiamenti non coincide con l'espansione degli insediamenti. Le citt&#224; possono modificarsi profondamente senza crescere in superficie e senza registrare un aumento significativo del patrimonio edilizio. Cambiano le funzioni degli edifici, i tempi d'uso degli spazi, le modalit&#224; di accesso ai servizi, le relazioni tra luoghi della produzione e luoghi della residenza, le forme della mobilit&#224; e quelle del consumo.&lt;br class='autobr' /&gt;
La diffusione delle tecnologie digitali accelera questa trasformazione. Una piattaforma pu&#242; modificare il mercato degli alloggi senza costruire un edificio; il lavoro a distanza pu&#242; ridefinire l'organizzazione delle attivit&#224; senza trasferire necessariamente uffici o stabilimenti; il commercio elettronico pu&#242; innovare acquisti e logistica urbana senza produrre, almeno inizialmente, una nuova forma urbana; i servizi digitali possono sostituire o integrare attivit&#224; storicamente legate a determinati ambienti urbani.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il mutamento avviene quindi, in molti casi, nella citt&#224; esistente anzich&#233; attraverso la sua espansione e, proprio per questo, pu&#242; risultare difficile da riconoscere. Il problema non &#232; che le trasformazioni siano meno profonde rispetto al passato, ma che una parte dei loro effetti non possiede pi&#249; una corrispondente evidenza fisica.&lt;br class='autobr' /&gt;
Ne deriva un evidente paradosso. Proprio mentre la citt&#224; continua a essere il luogo in cui si concentrano alcune delle trasformazioni pi&#249; importanti della societ&#224;, essa appare meno riconoscibile come problema politico. La riduzione dell'evidenza fisica pu&#242; essere scambiata per il venir meno della necessit&#224; di governo.&lt;br class='autobr' /&gt;
&#200; invece esattamente il contrario. La transizione digitale non attenua necessariamente gli effetti del declino urbano sulla forma delle citt&#224;, ma rende pi&#249; complessa la relazione tra societ&#224; e spazio. Gli effetti sul territorio non scompaiono, ma diventano pi&#249; indiretti, diffusi e difficili da analizzare. La pressione sul mercato della casa, la ridefinizione del lavoro, la trasformazione del commercio e della mobilit&#224; producono effetti che attraversano simultaneamente luoghi, reti e piattaforme. La dimensione digitale non sostituisce quindi quella fisica, ma vi si sovrappone, modificandone il funzionamento.&lt;br class='autobr' /&gt;
Sono fenomeni che non possono essere compresi separatamente, perch&#233; sono riflettono una trasformazione integrata della societ&#224; urbana, nella quale la dimensione digitale si intreccia sempre pi&#249; strettamente con quella fisica. Il punto, pertanto, non &#232; stabilire se la citt&#224; stia diventando 'digitale', n&#233; ricondurre questo processo al modello patinato della smart city. Occorre piuttosto capire in che modo le nuove tecnologie stiano modificando la natura stessa dei problemi urbani e, di conseguenza, le modalit&#224; attraverso cui essi vengono riconosciuti, interpretati e governati.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;L'anomalia digitale e l'invisibilit&#224; della trasformazione urbana&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Per comprendere la portata di questa anomalia &#232; utile tornare al legame tra le trasformazioni economiche, sociali e urbane che ha costituito uno dei presupposti fondamentali della cultura urbanistica del secondo '900. Secondo Bernardo Secchi, tale rapporto rappresentava uno degli elementi caratterizzanti della problematica urbana, per cui ogni grande trasformazione della struttura economica e sociale ha finito per delineare nuove forme e nuove tensioni nel rapporto tra societ&#224; e citt&#224;, rendendo necessario un adeguamento delle forme di governo territoriale e urbano (Secchi 2013).&lt;br class='autobr' /&gt;
L'esperienza italiana del secondo dopoguerra sembrava confermare questa interpretazione. Crescita economica, industrializzazione, inurbamento e diffusione della societ&#224; dei consumi producevano trasformazioni territoriali di tale intensit&#224; da rendere evidente la necessit&#224; di nuovi strumenti di intervento pubblico. La pressione abitativa, la domanda di servizi, la congestione, l'espansione periferica e il consumo di suolo costituivano manifestazioni concrete di processi economici e sociali pi&#249; profondi.&lt;br class='autobr' /&gt;
Oggi questo rapporto non si &#232; dissolto, ma si &#232; fatto meno immediato. Le nuove tecnologie consentono infatti di separare attivit&#224; che in precedenza dovevano svolgersi nello stesso luogo e, al stesso tempo, di sovrapporre funzioni differenti all'interno dei medesimi spazi. La distanza non scompare, ma perde parte del suo ruolo come principio ordinatore delle relazioni economiche e sociali. Un'attivit&#224; pu&#242; essere coordinata a distanza, un servizio erogato senza compresenza, un'abitazione utilizzata anche come luogo di lavoro e un'attivit&#224; professionale svolta per un'impresa collocata in un altro sistema urbano. Non ne consegue evidentemente la previsione della scomparsa dello spazio materiale come fattore decisivo della organizzazione della vita urbana, quanto piuttosto l'indicazione della crisi di una determinata forma di spazio: quella fondata sulla distanza metrica, sulla continuit&#224; e sulla possibilit&#224; di ricondurre le relazioni a una rappresentazione ordinata sul piano (Farinelli 2009: 164). &lt;br class='autobr' /&gt;
Si indebolisce cos&#236; l'assunto secondo cui una grande trasformazione economica e sociale debba produrre una corrispondente trasformazione visibile della citt&#224;. La centralit&#224; urbana, di conseguenza, non pu&#242; pi&#249; essere misurata soltanto attraverso edifici, abitanti o superfici. Dipende anche dalla capacit&#224; di concentrare e mettere in relazione conoscenze, competenze, infrastrutture, servizi, imprese e reti che operano contemporaneamente nello spazio fisico e in quello digitale. La citt&#224; continua quindi a essere un luogo, ma la sua capacit&#224; di organizzare relazioni dipende sempre pi&#249; dalla rete nella quale &#232; inserita.&lt;br class='autobr' /&gt;
&#200; questo il punto nel quale l'anomalia digitale assume una rilevanza propriamente politica. La difficolt&#224; non riguarda pi&#249; soltanto la visibilit&#224; delle trasformazioni, ma la capacit&#224; di individuare dove e come si formano oggi interessi, disuguaglianze, conflitti e domande collettive. Se una parte crescente delle dinamiche urbane nasce dall'interazione tra luoghi fisici, reti e piattaforme, anche il campo del governo urbano deve necessariamente allargarsi.&lt;br class='autobr' /&gt;
La sfida per la pianificazione non consiste quindi soltanto nell'adeguare i propri strumenti a trasformazioni meno visibili. Consiste nel comprendere quali nuove relazioni tra spazio, societ&#224; e tecnologia debbano diventare oggetto di governo. &#200; su questo terreno che l'anomalia digitale pu&#242; trasformarsi da fattore di opacit&#224; della questione urbana in un'occasione per ridefinirne contenuti, strumenti e responsabilit&#224; pubbliche.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;La smaterializzazione del conflitto sociale e la nuova economia delle piattaforme&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Se nella citt&#224; fordista il conflitto sociale possedeva una precisa consistenza topografica e si cristallizzava in luoghi deputati &#8211; la fabbrica, il quartiere operaio, le piazze delle rivendicazioni per i consumi collettivi &#8211; l'avvento della societ&#224; digitale ha profondamente modificato la geografia delle tensioni urbane. L'anomalia risiede nel fatto che l'innovazione tecnologica non elimina le disuguaglianze e le condizioni di sfruttamento, ma tende a rendere meno riconoscibili i luoghi di manifestazione e le possibilit&#224; di ricomposizione collettiva, traducendo una parte della conflittualit&#224; in una dimensione pi&#249; atomizzata e diffusa.&lt;br class='autobr' /&gt;
Una componente importante di questa trasformazione riguarda il ruolo assegnato alle grandi piattaforme digitali. Gli operatori del delivery, della mobilit&#224; e dell'ospitalit&#224; a breve termine intervengono sui territori attraverso modelli economici fondati sull'intermediazione digitale, utilizzando dati, reti di utenti e infrastrutture urbane gi&#224; esistenti. Una parte del valore prodotto dalle attivit&#224; che essi organizzano e coordinano pu&#242; essere concentrata al di fuori dei territori nei quali tali attivit&#224; si svolgono, mentre costi ed effetti sulle infrastrutture, sulla mobilit&#224;, sul mercato della casa e sui servizi urbani ricadono in misura rilevante sulle comunit&#224; locali.&lt;br class='autobr' /&gt;
Non si tratta soltanto di una questione economica. La diffusione delle piattaforme modifica infatti i rapporti tra attivit&#224; economiche e territorio, introducendo forme di organizzazione capaci di operare contemporaneamente a scale molto diverse. Una piattaforma globale pu&#242; intervenire direttamente sulle pratiche quotidiane di un quartiere, influenzando il mercato degli alloggi, la mobilit&#224;, i modelli di consumo e l'organizzazione del lavoro, pur mantenendo altrove i principali centri decisionali.&lt;br class='autobr' /&gt;
Si pensi al mercato della casa. Piattaforme globali come Airbnb possono sottrarre quote significative di patrimonio alla locazione a lungo termine, alimentando processi di trasformazione del mercato abitativo e contribuendo alla pressione sui prezzi e all'espulsione degli abitanti. A differenza degli sventramenti ottocenteschi o delle trasformazioni fondiarie del secondo dopoguerra, questi processi si sviluppano spesso attraverso una moltitudine di decisioni individuali e di modificazioni puntuali. La trasformazione pu&#242; quindi essere rilevante senza alterare immediatamente l'immagine della citt&#224;.&lt;br class='autobr' /&gt;
La crescente difficolt&#224; di accesso alla casa tende cos&#236; a manifestarsi attraverso traiettorie individuali: giovani che rinunciano a vivere nei quartieri centrali, famiglie che si spostano verso aree pi&#249; periferiche, lavoratori che accettano tempi di pendolarismo crescenti, competenze che abbandonano le citt&#224; nelle quali il costo dell'abitazione non &#232; pi&#249; compatibile con i redditi disponibili. Fenomeni diversi concorrono dunque a modificare la struttura sociale e spaziale dei sistemi urbani senza necessariamente produrre trasformazioni fisiche altrettanto evidenti.&lt;br class='autobr' /&gt;
Allo stesso modo, la diffusione del lavoro a distanza e della gig economy modifica la stessa esperienza della comunit&#224; dei lavoratori. La casa pu&#242; diventare contemporaneamente luogo della vita familiare, spazio di lavoro, ambiente per la formazione e punto di accesso a servizi e mercati. Il rapporto tradizionale tra luogo di residenza e luogo di lavoro si fa pi&#249; articolato, mentre la separazione tra tempi e spazi della produzione e della riproduzione sociale diventa meno netta.&lt;br class='autobr' /&gt;
In questo nuovo contesto, anche le forme della rappresentanza e del conflitto tendono a modificarsi. Senza pi&#249; la concentrazione quotidiana nella fabbrica o nell'ufficio condiviso, una parte delle condizioni di lavoro viene sperimentata individualmente e mediata da sistemi digitali che organizzano tempi, prestazioni, valutazioni e rapporti con i committenti. Il disagio prodotto da queste condizioni pu&#242; quindi rimanere pi&#249; facilmente confinato nella dimensione individuale, senza riuscire a tradursi in una domanda collettiva immediatamente riconoscibile.&lt;br class='autobr' /&gt;
La politica e le istituzioni possono essere indotte a sottovalutare la portata della trasformazione proprio perch&#233; essa non produce necessariamente grandi modificazioni fisiche dello spazio urbano. Ma la mancanza di una trasformazione morfologica evidente non significa affatto che gli effetti territoriali siano assenti.&lt;br class='autobr' /&gt;
Al contrario, proprio la natura diffusa e poco visibile di questi processi rende necessario rafforzare la capacit&#224; pubblica di osservarli, interpretarli e governarli. Le amministrazioni locali devono poter disporre di informazioni, strumenti e competenze adeguati per comprendere l'impatto territoriale delle piattaforme e delle nuove modalit&#224; di organizzazione del lavoro e dei consumi. E, soprattutto, devono poter contare su un quadro nazionale capace di coordinare politiche che superano inevitabilmente i confini amministrativi dei singoli enti.&lt;br class='autobr' /&gt;
La dimensione digitale non elimina dunque la necessit&#224; di una politica urbana. La rende, semmai, pi&#249; complessa e pi&#249; urgente. Proprio perch&#233; una parte crescente dei conflitti e delle trasformazioni si sviluppa attraverso reti, piattaforme e relazioni a distanza, diventa necessario ricostruire una capacit&#224; pubblica di collegare ci&#242; che appare separato: il funzionamento delle piattaforme e il mercato della casa, il lavoro digitale e il welfare urbano, la logistica e la mobilit&#224;, i dati e la pianificazione, le trasformazioni economiche globali e i loro effetti sui territori.&lt;br class='autobr' /&gt;
In questa prospettiva, la questione non consiste nel contrapporre lo spazio fisico allo spazio digitale. Si tratta piuttosto di riconoscere che i due livelli sono ormai strettamente intrecciati e che la qualit&#224; della citt&#224; dipende sempre di pi&#249; dalla capacit&#224; delle istituzioni di governare le relazioni che li collegano.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>Per una legge di principi e una Agenda urbana nazionale</title>
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		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Un vuoto legislativo che lo Stato (e la politica) continua a non voler colmare&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;A venticinque anni dalla riforma del Titolo V della Costituzione manca ancora una legge nazionale sui principi fondamentali del governo del territorio e della pianificazione.&lt;br class='autobr' /&gt;
&#200; un fatto grave. Gi&#224; da solo impedisce la costruzione di una cornice nazionale coerente per il governo del territorio, per l'urbanistica e per la sempre pi&#249; complessa questione urbana e ambientale. Con la riforma costituzionale del 2001, la nuova materia del governo del territorio &#232; di legislazione concorrente: spetta allo Stato determinare i principi fondamentali, mentre alle Regioni compete la disciplina legislativa della materia nel rispetto di tali principi (art. 117, terzo comma, Cost.). Restano naturalmente ferme le competenze legislative esclusive statali che interagiscono con il governo del territorio &#8211; dalla tutela dell'ambiente e dei beni culturali alla determinazione dei Lep - Livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale &#8211; ma proprio per questo una legge nazionale di principi &#232; necessaria per ricomporre in modo certo e innovativo un campo oggi frammentato e che funziona assai poco.&lt;br class='autobr' /&gt;
Una &#8216;legge di principi fondamentali' &#8211; dunque non una generica &#8216;legge quadro' e tanto meno una legge di semplice &#8216;riordino' dell'urbanistica e dell'edilizia o, viceversa, dell'edilizia con appendici urbanistiche &#8211; dovrebbe rendere realmente possibile il superamento della Legge urbanistica nazionale del 1942, con le sue parziali riforme degli anni '70 del '900; l'innovazione del Dm n. 1444/1968, che continua &#8211; fortunatamente &#8211; a svolgere una funzione essenziale; la definizione, ove pertinente, dei Livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale; e, infine, la corretta collocazione della disciplina edilizia e del Dpr n. 380/2001 entro un quadro normativo pi&#249; ampio, coordinato e certo.&lt;br class='autobr' /&gt;
La questione di fondo &#232; semplice: non pu&#242; essere l'edilizia, da sola, a &#8216;disciplinare la citt&#224;'.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Un quadro normativo incompleto ma affollato&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Questo vuoto aumenta la confusione e l'incertezza di un quadro normativo che, a ben vedere, quadro non &#232;: obsoleto in alcune sue parti fondamentali, sovraccarico di norme settoriali e parziali e, nello stesso tempo, incompleto. Sono limiti gravi che la legislazione in divenire non sembra oggi ricomporre nella sua struttura e sostanza; al contrario, il rischio &#232; quello di accentuare ulteriormente la frammentazione e le contraddizioni. Basti richiamare alcuni provvedimenti recenti o tuttora in discussione in Parlamento:
&lt;br /&gt;&lt;img src='http://urbanisticainformazioni.it/local/cache-vignettes/L9xH9/uldot-ebeb0.gif?1737926072' alt='-' width='9' height='9' /&gt; il testo unificato relativo all'AS 29 &#8220;Misure per la rigenerazione urbana&#8221; presentato a novembre 20222 e disegni di legge connessi, all'esame dell'8&#170; Commissione permanente del Senato, il cui iter ha conosciuto rallentamenti e rinvii: un intervento importante ma ancora una volta settoriale e &#8216;sovrapposto' rispetto alla pianificazione urbanistica rispetto alla pi&#249; ampia materia del governo del territorio e privo di quella preliminare definizione dei principi generali che dovrebbe costituirne la cornice;
&lt;br /&gt;&lt;img src='http://urbanisticainformazioni.it/local/cache-vignettes/L9xH9/uldot-ebeb0.gif?1737926072' alt='-' width='9' height='9' /&gt; il disegno di legge governativo AC 2826, &#8220;Delega al Governo per l'adozione del codice dell'edilizia e delle costruzioni&#8221;, presentato il 27 febbraio 2026 ora all'esame dell'VIII Commissione Ambiente della Camera, abbinato alle proposte AC 535 e AC 2332. Il provvedimento persegue un riordino necessario della disciplina edilizia ma include (senza trattarli in alcun modo) principi e criteri che incidono direttamente su materie urbanistiche e sul governo del territorio. &#200; proprio questo rovesciamento del rapporto tra cornice urbanistica e disciplina edilizia a destare preoccupazione: il riordino dell'edilizia &#232; utile ma non avocando a s&#233; una (subalterna) disciplina urbanistica che dovrebbe trovare preliminare posto in una legge generale di principi sul governo del territorio;
&lt;br /&gt;&lt;img src='http://urbanisticainformazioni.it/local/cache-vignettes/L9xH9/uldot-ebeb0.gif?1737926072' alt='-' width='9' height='9' /&gt; il Decreto legge n. 66/2026, recante &#8220;Disposizioni urgenti per il Piano Casa&#8221;, convertito, con modificazioni, dalla Legge n. 116/2026. Anche in questo caso si tratta di un intervento settoriale che incide inevitabilmente sul contesto urbanistico, sulle tutele e sulla disciplina edilizia e che ricorre, per alcune misure, a procedure accelerate, strumenti commissariali e regimi derogatori.&lt;br class='autobr' /&gt;
Se si considerano insieme le molte norme settoriali e parziali, spesso non pienamente coordinate fra loro, emerge un sistema tanto affollato quanto incompleto. In sostanza, ci troviamo di fronte a una sfida troppo spesso soltanto enunciata &#8211; e posta con continuit&#224; da pochi soggetti, fra i quali certamente l'Istituto nazionale di urbanistica &#8211; ma ancora insufficientemente presente nel dibattito pubblico e pressoch&#233; assente dall'agenda politica generale.&lt;br class='autobr' /&gt;
Le conseguenze sono di sistema. Diventa pi&#249; difficile per le Regioni&lt;br class='autobr' /&gt;
costruire legislazioni organiche, innovative ed efficaci sul governo del territorio, sulla pianificazione multilivello, sulla rigenerazione urbana e territoriale e sul contenimento del consumo di suolo. Si produce cos&#236; un paradosso: il ruolo fondamentale svolto dalle Regioni, dapprima con le leggi urbanistiche di prima e seconda generazione e, dopo il 2001, con le leggi sul governo del territorio e sulla pianificazione di terza e pi&#249; recentemente di quarta generazione, finisce talvolta per operare anche come supplenza rispetto alle inerzie &#8211; o ai centralismi intermittenti &#8211; dello Stato. Una supplenza necessaria, ma che pu&#242; accrescere involontariamente l'entropia complessiva del sistema e ridurre l'efficacia della stessa, costituzionalmente necessaria e anche differenziata, legislazione regionale.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Una cornice nazionale per innovare davvero la pianificazione&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Serve dunque, pi&#249; che mai, una condivisa cornice nazionale di principi fondamentali e norme generali della pianificazione capace di orientare e rendere coerenti almeno cinque campi strettamente interdipendenti:
&lt;br /&gt;&lt;img src='http://urbanisticainformazioni.it/local/cache-vignettes/L9xH9/uldot-ebeb0.gif?1737926072' alt='-' width='9' height='9' /&gt; la pianificazione territoriale dello sviluppo sostenibile e il paesaggio;
&lt;br /&gt;&lt;img src='http://urbanisticainformazioni.it/local/cache-vignettes/L9xH9/uldot-ebeb0.gif?1737926072' alt='-' width='9' height='9' /&gt; l'innovazione della pianificazione urbanistica, obbligatoria perch&#233; necessaria e utile;
&lt;br /&gt;&lt;img src='http://urbanisticainformazioni.it/local/cache-vignettes/L9xH9/uldot-ebeb0.gif?1737926072' alt='-' width='9' height='9' /&gt; il contenimento del consumo di suolo;
&lt;br /&gt;&lt;img src='http://urbanisticainformazioni.it/local/cache-vignettes/L9xH9/uldot-ebeb0.gif?1737926072' alt='-' width='9' height='9' /&gt; la rigenerazione urbana e territoriale, il riuso e la qualificazione del costruito;
&lt;br /&gt;&lt;img src='http://urbanisticainformazioni.it/local/cache-vignettes/L9xH9/uldot-ebeb0.gif?1737926072' alt='-' width='9' height='9' /&gt; una nuova, urgente e organica politica della casa (dotata delle risorse necessarie e programmabili), capace di affrontare le emergenze, le nuove domande abitative e il welfare urbano.&lt;br class='autobr' /&gt;
Innovare la pianificazione significa intervenire anche sulla forma del piano. La proposta elaborata dall'Inu nel 2024 (Galuzzi et al. 2024; Barbieri e Talia 2024) assume come riferimento un unico Piano urbanistico generale articolato al proprio interno in due componenti tra loro integrate: una componente strutturale e una componente regolativa. La prima definisce l'assetto di lungo periodo, le invarianti, le strategie e le condizioni territoriali e ambientali che devono guidare le trasformazioni; la seconda disciplina gli aspetti regolativi e conformativi necessari all'attuazione e alla gestione delle trasformazioni urbane e territoriali.&lt;br class='autobr' /&gt;
Questa distinzione non &#232; un esercizio nominalistico. Serve a superare una concezione generalizzata della conformit&#224;, che tende a irrigidire il rapporto fra piano, progetto e attuazione, a favore di un principio pi&#249; selettivo: conformit&#224; dove &#232; necessaria, coerenza dovunque &#232; possibile e pi&#249; efficace. In particolare, la funzione operativo-progettuale dovrebbe poter essere valutata in rapporto di coerenza con il piano &#8211; soprattutto con la sua componente strutturale &#8211; quando non sia necessario un vincolo conformativo puntuale. &#200; una scelta che pu&#242; rendere l'azione urbanistica pi&#249; adattiva e al tempo stesso pi&#249; responsabile, senza rinunciare alla certezza delle regole n&#233; alle tutele.&lt;br class='autobr' /&gt;
In questo senso, semplificare non significa diminuire la pianificazione ma renderla pi&#249; chiara nei suoi livelli, pi&#249; selettiva nelle prescrizioni e pi&#249; efficace e adattiva nel rapporto tra strategia e attuazione. La nuova forma del piano pu&#242; costituire uno dei principali contenuti innovativi della legge nazionale di principi: non un ritorno a un modello centralistico, ma una cornice comune entro la quale le legislazioni regionali possano differenziarsi con maggiore certezza e coerenza.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Rigenerazione, suolo e casa dentro il governo del territorio&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Anche rigenerazione urbana, contenimento del consumo di suolo e politiche abitative dovrebbero essere ricondotti a questa cornice. Sono questioni strettamente connesse alla forma della citt&#224;, alla qualit&#224; dei servizi e dello spazio pubblico, alla sostenibilit&#224; ambientale e alla giustizia territoriale: non possono essere trattate soltanto come settori autonomi o come somme di procedure speciali o in deroga al piano.&lt;br class='autobr' /&gt;
Sotto questo profilo la Legge n. 116/2026 sul Piano Casa, pur intervenendo su un'emergenza reale, non presenta ancora i connotati di una politica della casa organica: per l'entit&#224; delle risorse pubbliche effettivamente mobilitate, per l'incerta consistenza e realizzabilit&#224; delle risorse private previste dagli ulteriori pilastri della legge e, soprattutto, per il metodo settoriale adottato, inevitabilmente destinato a interagire con la disciplina urbanistica, con le tutele e con l'edilizia. Anche il ricorso a commissari straordinari, procedure accelerate e deroghe ampie conferma quanto sarebbe utile una cornice generale capace di ordinare e orientare questi interventi.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;La legge di principi e una Agenda urbana nazionale: due cantieri da costruire in parallelo&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Si tratta di una condizione indispensabile anche per poter dotare il Paese di una necessaria (e mancante) Agenda urbana nazionale per le politiche, i progetti e le risorse pubbliche e private (non disperse ma orientate, pianificabili e programmabili), capace di affrontare in modo integrato le principali sfide della citt&#224; contemporanea.&lt;br class='autobr' /&gt;
Legge di principi e Agenda urbana nazionale non devono tuttavia essere concepite secondo una sequenza predefinita. Possono, meglio, dovrebbero procedere almeno in parallelo: la prima come riferimento ordinamentale del governo del territorio e della pianificazione; la seconda come cornice strategico-programmatica attraverso cui orientare e coordinare politiche, programmi, progetti e risorse.&lt;br class='autobr' /&gt;
Una Agenda urbana nazionale non deve essere un improprio nuovo &#8216;piano urbanistico statale' n&#233; un'ulteriore sede di centralizzazione. Dovrebbe piuttosto costituire un quadro stabile di indirizzo e coordinamento delle politiche urbane e delle risorse, capace di mettere consapevolmente e intelligibilmente in relazione rigenerazione, casa, mobilit&#224;, transizione ecologica e climatica, infrastrutture sociali, contenimento del consumo di suolo, qualit&#224; dello spazio pubblico e sviluppo economico. Soprattutto, dovrebbe contribuire a orientare risorse oggi spesso disperse tra programmi, fondi e procedure diverse, rendendole programmabili e leggibili dentro obiettivi territoriali condivisi.&lt;br class='autobr' /&gt;
In questa prospettiva, l'Agenda dovrebbe riconoscere e valorizzare la pluralit&#224; delle scale territoriali: lo Stato per gli indirizzi e le politiche nazionali; le Regioni per la legislazione e la programmazione; le Citt&#224; metropolitane e le Province per il differenziato concorso d'area vasta; i Comuni per la pianificazione e l'attuazione locale. &#200; proprio il raccordo fra queste scale &#8211; e non la loro sovrapposizione &#8211; che pu&#242; trasformare la politica urbana in una politica nazionale effettivamente territoriale e di governo del territorio.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Una sfida che non pu&#242; pi&#249; essere disattesa&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;La proposta elaborata dall'Inu nel 2024, offerta alle forze politiche parlamentari, alle istituzioni e al dibattito urbanistico, definisce la nozione stessa di governo del territorio, introduce fra gli altri il principio di coerenza nella pianificazione e indirizza, con norme generali, l'innovazione della forma del piano e la rigenerazione urbana e territoriale.&lt;br class='autobr' /&gt;
Come Inu riteniamo che questa proposta abbia gi&#224; contribuito e possa continuare a contribuire come sfondo di riflessione e di iniziativa per la politica e per le istituzioni. &#200; dunque un segnale molto positivo che nel 2026 sia stato presentato al Senato il Disegno di legge AS 1840 &#8220;Disposizioni generali e princ&#236;pi fondamentali per il governo del territorio e la pianificazione&#8221; d'iniziativa dei senatori Nicola Irto e Anna Rossomando. L'esame &#232; stato avviato nell'8&#170; Commissione permanente e il 23 giugno 2026 la Commissione ha disposto l'avvio di un ciclo di audizioni. Alla Camera &#232; inoltre depositata, fin dall'inizio della XIX legislatura, la proposta AC 283 del deputato Roberto Morassut, &#8220;Princ&#236;pi fondamentali e norme generali in materia di governo del territorio&#8221;.&lt;br class='autobr' /&gt;
Va inoltre riconosciuto che, nonostante la &#8216;legge del governo del territorio che non c'&#232;', alcune Regioni hanno gi&#224; attivato leggi urbanistiche innovative, riconducibili a una pi&#249; recente generazione di riforme &#8211; dall'Emilia-Romagna alle Marche e alla Campania, oltre alle esperienze di Abruzzo e Sicilia &#8211; mentre altre stanno lavorando a nuove discipline o a revisioni significative, come Calabria, Piemonte e Valle d'Aosta. Questo patrimonio regionale dimostra che l'innovazione &#232; possibile; dimostra per&#242; anche quanto sia necessario disporre di principi nazionali capaci di dare coerenza al sistema senza comprimere le differenze territoriali e legislative.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Un programma per la prossima legislatura&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Occorre dunque compiere un passo fondamentale e ormai urgente. La legge di principi non deve essere richiamata episodicamente, in modo occasionale e strumentale, n&#233; ricostruita (o soltanto enunciata) per frammenti attraverso dispositivi nati da discipline settoriali. Deve diventare una scelta consapevole del legislatore nazionale, capace di restituire certezza al ruolo dello Stato e, proprio per questo, di rendere pi&#249; efficaci e responsabili i ruoli delle Regioni, delle Citt&#224; metropolitane, delle Province e dei Comuni.&lt;br class='autobr' /&gt;
La prossima legislatura dovrebbe assumere congiuntamente due obiettivi: approvare una legge statale di principi fondamentali e norme generali per il governo del territorio e la pianificazione e costruire una Agenda urbana nazionale. La prima deve restituire coerenza al sistema delle competenze e innovare la pianificazione; la seconda deve orientare politiche, programmi, progetti e risorse verso obiettivi urbani e territoriali condivisi.&lt;br class='autobr' /&gt;
Non si tratta di centralizzare ma di costruire una cornice nazionale e di senso entro la quale i diversi livelli di governo possano esercitare in modo pi&#249; efficace, coordinato e responsabile le rispettive funzioni. La proposta Inu del 2024 pu&#242; dunque costituire un implementabile riferimento di partenza per un percorso condiviso con forze politiche, istituzioni, universit&#224;, professioni e societ&#224; civile. &#200; anche in questa direzione che si &#232; posto il convegno nazionale Inu del 24 giugno 2026 a Roma, &#034;Oltre l'eclissi della questione urbana in Italia&#034;,&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt; [&lt;a href='#nb1' class='spip_note' rel='appendix' title='Documenti e materiali relativi al Convegno sono disponibili al sito: (...)' id='nh1'&gt;1&lt;/a&gt;]&lt;/span&gt; concepito come apertura di un percorso per riportare il governo del territorio e l'Agenda urbana nazionale al centro del dibattito pubblico e per costruire in modo condiviso contenuti e proposte. &#200; su questo duplice cantiere &#8211; legge di principi e Agenda urbana &#8211; che occorre lavorare da subito, perch&#233; diventi un impegno riconoscibile e un programma concreto della politica.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;hr /&gt;
		&lt;div class='rss_notes'&gt;&lt;div id='nb1'&gt;
&lt;p&gt;&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt;[&lt;a href='#nh1' class='spip_note' title='Note 1' rev='appendix'&gt;1&lt;/a&gt;] &lt;/span&gt;Documenti e materiali relativi al Convegno sono disponibili al sito: &lt;a href=&#034;https://www.inu.it/leggi/18921/oltre-l-rsquo-eclissi-della-questione-urbana-in-italia-il-24-giugno-a-roma-si-apre-il-percorso-promosso-dall-rsquo-inu.html&#034; class='spip_url spip_out' rel='external'&gt;https://www.inu.it/leggi/18921/oltr...&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Il ciclo di iniziative per il centenario di Giuseppe Campos Venuti</title>
		<link>http://urbanisticainformazioni.it/Il-ciclo-di-iniziative-per-il-centenario-di-Giuseppe-Campos-Venuti.html</link>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Comitato scientifico Centenario Campos Venuti</dc:creator>


		<dc:subject>Aperture</dc:subject>
		<dc:subject>Agenda</dc:subject>
		<dc:subject>Apertura solo testo in Home page</dc:subject>
		<dc:subject>Mostra articolo nella lista</dc:subject>

		<description>
&lt;p&gt;Il 3 agosto 2026 &#232; stato il centenario della nascita di Giuseppe Campos Venuti, figura tra le pi&#249; rilevanti dell'urbanistica italiana del secondo '900. Assessore all'Urbanistica del Comune di Bologna, docente al Politecnico di Milano per oltre trent'anni, progettista di piani per numerose citt&#224; italiane e alcune europee, Campos Venuti ha saputo tenere insieme rigore disciplinare, impegno politico e pratica progettuale, promuovendo con forza la riforma della legislazione e dell'urbanistica (...)&lt;/p&gt;


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 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Il 3 agosto 2026 &#232; stato il centenario della nascita di Giuseppe Campos Venuti, figura tra le pi&#249; rilevanti dell'urbanistica italiana del secondo '900. Assessore all'Urbanistica del Comune di Bologna, docente al Politecnico di Milano per oltre trent'anni, progettista di piani per numerose citt&#224; italiane e alcune europee, Campos Venuti ha saputo tenere insieme rigore disciplinare, impegno politico e pratica progettuale, promuovendo con forza la riforma della legislazione e dell'urbanistica nazionale e contribuendo in modo determinante a definire il ruolo pubblico dell'urbanistica nell'Italia repubblicana.&lt;br class='autobr' /&gt;
Per ricordarne la figura e, soprattutto, per interrogarne l'attualit&#224;, un Comitato scientifico composto dai suoi principali allievi e amici promuove un ciclo di tre iniziative, distribuite tra l'autunno 2026 e la primavera 2027 in altrettante citt&#224; e istituzioni che hanno segnato il suo percorso: Bologna, dove ha esercitato il proprio impegno politico e amministrativo; Sapienza Universit&#224; di Roma, sede scelta per approfondire la dimensione progettuale e internazionale della sua opera; e il Politecnico di Milano, dove ha insegnato e dove &#232; oggi conservato il suo archivio. Il ciclo non intende risolversi in una celebrazione nostalgica, ma proporsi come occasione di verifica critica: quanto di quella stagione riformista sia ancora in grado di orientare il pensiero e la pratica dell'urbanistica contemporanea.&lt;br class='autobr' /&gt;
La giornata inaugurale &#8220;La lezione riformista di Giuseppe Campos Venuti a cent'anni dalla nascita&#8221;, ospitata a Palazzo d'Accursio a Bologna il 16 ottobre 2026, apre il ciclo con un evento pubblico articolato in tre sessioni tematiche, cui segue una tavola rotonda conclusiva. La prima sessione ricostruisce il profilo intellettuale e politico di Campos Venuti nella sua integralit&#224;, restituendo il contesto culturale e politico entro cui la sua figura ha preso forma, a met&#224; tra impegno civile e riflessione disciplinare. La seconda sessione si concentra sui luoghi in cui il suo impegno progettuale si &#232; concretamente tradotto in scelte di governo del territorio &#8211; Bologna, Reggio Emilia, Monteveglio &#8211; esperienze emblematiche del riformismo urbanistico emiliano-romagnolo, capace di coniugare visione politica e continuit&#224; amministrativa. La terza sessione sposta l'attenzione sul presente, discutendo l'attualit&#224; del suo pensiero rispetto a temi quali la rendita urbana, la citt&#224; pubblica e il rapporto tra ambiente e progetto. La giornata si chiude con una tavola rotonda dedicata a interrogare cosa significhi, nel XXI secolo, raccogliere l'eredit&#224; di Campos Venuti senza ridurla a commemorazione storica.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il secondo appuntamento, ospitato dal Dipartimento di Pianificazione, Design, Tecnologia dell'Architettura di Sapienza Universit&#224; di Roma a met&#224; dicembre 2026, &#8220;La dimensione progettuale e internazionale dell'urbanistica riformista a cent'anni dalla nascita di Giuseppe Campos Venuti&#8221;, sposta il focus sulla pratica professionale di alto profilo e sulla proiezione internazionale del pensiero di Campos Venuti. La scelta della tappa romana &#232; inoltre importante per ricordare il ruolo di Campos Venuti nell'Inu in quanto ne &#232; stato storico presidente e guida autorevole, segnando un passaggio cruciale per il confronto tra la disciplina e le istituzioni centrali. L'incontro &#232; strutturato in due sessioni e una tavola rotonda conclusiva. La prima sessione &#232; dedicata al Piano regolatore generale di Roma, ricostruito come 'piano di soglia': le vicende urbanistiche romane e le scelte strategiche che ne hanno segnato l'elaborazione vengono ripercorse per interrogarne l'attualit&#224; rispetto alle sfide attuali del governo urbano. La seconda sessione allarga lo sguardo al quadro europeo, ricostruendo la diffusione dell'urbanistica riformista tra Italia e Spagna e il legame scientifico e accademico che Campos Venuti intrattenne con l'ambiente universitario spagnolo, in particolare con l'Universit&#224; di Valladolid. Il seminario si chiude con una tavola rotonda dedicata all'attualit&#224; del piano urbanistico quale strumento per il progetto e l'amministrazione e alle prospettive di riforma della pianificazione in Italia.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il terzo e conclusivo appuntamento, ospitato dal Dipartimento di Architettura, Ingegneria delle Costruzioni e Ambiente Costruito del Politecnico di Milano nella met&#224; di marzo 2027, &#8220;L'insegnamento urbanistico e la costruzione del sapere: la scuola di Giuseppe Campos Venuti&#8221;, &#232; dedicato alla dimensione didattica e formativa dell'opera di Campos Venuti, e si articola anch'esso in due sessioni seguite da una tavola rotonda. La prima sessione rilegge la scuola riformista milanese, ricostruendone la formazione, la storia e l'attualit&#224; come esperienza didattica ancora operante, con attenzione al modo in cui l'impostazione riformista ha orientato le traiettorie successive della ricerca e della formazione urbanistica. La seconda sessione &#232; dedicata ai cosiddetti 'libri-manifesto', la produzione saggistica di Campos Venuti quale motore di cultura disciplinare e di riforma, ripercorrendo l'evoluzione dei paradigmi editoriali e operativi dalla trasformazione urbana alla rigenerazione sostenibile. Il seminario si conclude con una tavola rotonda dedicata alla diffusione e all'adattamento della scuola riformista nel sistema universitario italiano, e al ruolo che l'Archivio Campos Venuti, conservato presso l'ateneo, pu&#242; svolgere come risorsa per la storiografia e la didattica accademica, oltre che per la documentazione di piani e progetti.&lt;br class='autobr' /&gt;
Nel loro insieme, le tre iniziative disegnano un percorso che procede dal ricordo civile e politico (Bologna), alla verifica della dimensione progettuale e internazionale dell'opera di Campos Venuti (Roma), fino alla riflessione sulla trasmissione del sapere disciplinare (Milano). Il ciclo &#232; promosso dagli atenei di Sapienza di Roma e Politecnico di Milano e si avvale del patrocinio istituzionale del Comune di Bologna e dell'Istituto nazionale di urbanistica, a conferma di un interesse che attraversa il mondo accademico, le amministrazioni locali e le istituzioni disciplinari di riferimento. Pi&#249; che un omaggio, l'iniziativa si propone come esercizio di attualizzazione critica: un'occasione per chiedersi, cent'anni dopo, quanto della lezione riformista di Campos Venuti resti patrimonio utile &#8211; e non solo memoria &#8211; per l'urbanistica italiana ed europea del nostro tempo.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>La lezione di Emma. Diritti, cura della citt&#224; pubblica e standard urbanistici</title>
		<link>http://urbanisticainformazioni.it/La-lezione-di-Emma-Diritti-cura-della-citta-pubblica-e-standard.html</link>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Giaimo</dc:creator>


		<dc:subject>Aperture</dc:subject>
		<dc:subject>Apertura</dc:subject>
		<dc:subject>Apertura solo testo in Home page</dc:subject>
		<dc:subject>Mostra articolo nella lista</dc:subject>

		<description>
&lt;p&gt;Da una frase sui diritti, a una domanda per l'urbanistica La scomparsa di Emma Bonino ha riportato all'attenzione, insieme alla storia del suo impegno e delle sue battaglie civili, una convinzione che ne ha attraversato con continuit&#224; l'esperienza pubblica: i diritti non possono essere considerati definitivamente acquisiti. In un'intervista del 2022 ad Alba Solaro, parlando della Legge n. 194/1978 e delle condizioni concrete del suo esercizio, Bonino sintetizzava questa idea con una metafora (...)&lt;/p&gt;


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 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Da una frase sui diritti, a una domanda per l'urbanistica&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;La scomparsa di Emma Bonino ha riportato all'attenzione, insieme alla storia del suo impegno e delle sue battaglie civili, una convinzione che ne ha attraversato con continuit&#224; l'esperienza pubblica: i diritti non possono essere considerati definitivamente acquisiti. In un'intervista del 2022 ad Alba Solaro, parlando della Legge n. 194/1978 e delle condizioni concrete del suo esercizio, Bonino sintetizzava questa idea con una metafora tanto semplice quanto esigente:&lt;/p&gt;
&lt;blockquote class=&#034;spip&#034;&gt;
&lt;p&gt;&#034;I diritti si difendono e si curano giorno per giorno.&lt;br class='autobr' /&gt;
&#200; come andare in bicicletta, se non ti muovi cadi&#034;&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;Il punto non era soltanto la possibilit&#224; di una formale regressione normativa. Era, pi&#249; radicalmente, il rischio che un diritto continui a esistere nell'ordinamento e perda tuttavia effettivit&#224; nelle pratiche, nelle istituzioni, nelle risorse e nelle condizioni che ne consentono l'esercizio. Nella stessa riflessione, Emma Bonino legava inoltre la difesa delle conquiste alla capacit&#224; di mantenerle in movimento, ampliandone l'orizzonte anzich&#233; considerarle concluse (Solaro 2022).&lt;br class='autobr' /&gt;
Assumere questo spunto nel campo dell'urbanistica e pi&#249; in generale del governo del territorio, richiede cautela. Non si tratta di assimilare i diritti civili agli istituti della pianificazione, n&#233; di definire lo standard urbanistico come un diritto soggettivo nello stesso senso del diritto alla salute o della libert&#224; personale. &#200; per&#242; altrettanto vero che molti diritti formalmente riconosciuti diventano concretamente esercitabili soltanto se esistono condizioni materiali, spaziali e territoriali che ne consentono l'effettivit&#224;. &#200; qui che la riflessione pu&#242; essere traslata: se i diritti devono essere &#8220;curati giorno per giorno&#8221;, dobbiamo chiederci se anche le conquiste incorporate dall'urbanistica nel proprio sistema di regole possano essere considerate definitivamente al sicuro e, soprattutto, che cosa significhi oggi evolutivamente curare i diritti nella citt&#224; e attraverso la citt&#224;.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;I diritti hanno una dimensione spaziale&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;La Costituzione offre un punto di partenza particolarmente significativo. L'art. 3 non si limita a sancire l'eguaglianza formale ma attribuisce alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano &#171;di fatto&#187; libert&#224; ed eguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona. Va riconosciuto che quel &#171;i fatto&#187; ha anche una dimensione territoriale. Il diritto alla salute, riconosciuto dall'art. 32, dipende anche dalla qualit&#224; dell'ambiente nel quale si vive, dall'accessibilit&#224; ai servizi, dall'esposizione all'inquinamento, dalle condizioni dell'abitare e della mobilit&#224;; analogamente, l'istruzione, la socialit&#224;, la partecipazione e l'accesso alle opportunit&#224; urbane presuppongono strutture, spazi e reti concretamente raggiungibili.&lt;br class='autobr' /&gt;
In particolare la casa merita, in questa prospettiva, una considerazione specifica. L'abitare non costituisce soltanto un bisogno primario n&#233; pu&#242; essere ricondotto alla disponibilit&#224; materiale dell'alloggio. Nel campo dell'urbanistica, il diritto all'abitare riguarda anche la possibilit&#224; di accedere, a partire dalla propria casa, ai servizi, al lavoro, all'istruzione, alla mobilit&#224;, agli spazi pubblici e alle opportunit&#224; urbane. La condizione abitativa dipende quindi dalla localizzazione, dall'accessibilit&#224; economica, dalla qualit&#224; ambientale del contesto e dalla relazione con le dotazioni collettive. &#200; per questo che la questione della casa non pu&#242; essere trattata come politica settoriale separata: suolo, rendita, produzione edilizia, trasporti, servizi e standard concorrono insieme a determinare la qualit&#224; e l'equit&#224; dell'abitare.&lt;br class='autobr' /&gt;
In questo quadro assume particolare rilievo il concetto di prossimit&#224;. Il rilanciato dibattito sulla &#8220;15-minute city&#8221; ha riportato al centro della pianificazione la condizione di accedere alle funzioni essenziali della vita quotidiana attraverso spostamenti brevi, soprattutto pedonali e ciclabili. La prossimit&#224;, tuttavia, non coincide con una soglia temporale universale n&#233; con una semplice distanza metrica: &#232; una componente dell'accessibilit&#224; e della riduzione delle disuguaglianze e dipende dalla distribuzione spaziale dei servizi, dalla qualit&#224; e continuit&#224; delle reti, dalla morfologia urbana, dalle condizioni di sicurezza e dalle differenti capacit&#224; di movimento delle persone (Moreno et al. 2021).&lt;br class='autobr' /&gt;
I diritti, dunque, hanno una geografia. Possono essere universalmente riconosciuti e risultare, nello stesso tempo, profondamente diseguali nella loro concreta fruibilit&#224; a seconda del luogo in cui si vive. &#200; in questo senso che l'urbanistica entra nello spazio dei diritti: non perch&#233; li attribuisca direttamente ma perch&#233; contribuisce a produrre, distribuire e organizzare le condizioni territoriali della cittadinanza. La casa e gli standard non sono istituti equivalenti ma la loro relazione rende evidente un punto essenziale: un alloggio diventa pienamente parte della citt&#224; solo se &#232; inserito in un sistema accessibile di servizi, attrezzature, spazi collettivi e mobilit&#224;. Da questa prospettiva deriva la possibilit&#224; di leggere gli standard urbanistici non come un mero insieme di quantit&#224; da rispettare ma come uno dei dispositivi attraverso i quali il progetto pubblico della citt&#224; garantisce dotazioni, servizi e prestazioni, tenendo insieme livelli minimi, specificit&#224; territoriali e capacit&#224; progettuale della pianificazione locale (Giaimo 2022). &#200; anche su questa integrazione tra casa e citt&#224; pubblica (anche oltre gli standard) che una agenda urbana contemporanea deve misurare la propria efficacia.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Gli standard urbanistici come garanzia della citt&#224; pubblica: una conquista da mantenere efficace&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Valenza e portata storica del Dm n. 1444/1968 e degli standard urbanistici sono, da tempo, acquisiti nella cultura disciplinare: la determinazione di soglie minime inderogabili ha contribuito a sottrarre la produzione della citt&#224; alla sola logica dell'edificabilit&#224; privata, rendendo la citt&#224; pubblica &#8211; scuole, attrezzature, verde, spazi collettivi &#8211; una componente necessaria della trasformazione urbana. I &#8220;18 mq per abitante&#8221; previsti nel 1968 per gli insediamenti residenziali sono diventati, in questa prospettiva, molto pi&#249; di un parametro quantitativo: la traduzione normativa di un principio di garanzia collettiva. La riflessione degli ultimi decenni ha gi&#224; ampiamente messo in evidenza, insieme a questa conquista, i suoi limiti e la necessit&#224; di attualizzarne contenuti e modalit&#224; di applicazione (Giaimo 2019, 2022).&lt;br class='autobr' /&gt;
Non occorre quindi tornare a dimostrare la rilevanza storica degli standard. La questione utile, oggi, &#232; quasi opposta: possiamo considerare quella conquista definitivamente acquisita solo perch&#233; la norma continua a esistere?&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;&#034;Se non ti muovi cadi&#034;&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;&#200; qui che la metafora della bicicletta espressa da Emma Bonino diventa una vera chiave interpretativa. Una garanzia pu&#242; non essere formalmente cancellata e, tuttavia, perdere progressivamente capacit&#224; di produrre gli effetti per i quali era stata costruita. Nel campo degli standard ci&#242; avviene quando la dotazione nominale si separa dalla sua effettiva fruibilit&#224;: quando esiste sulla carta ma non &#232; realizzata o mantenuta, quando &#232; territorialmente squilibrata, quando &#232; difficilmente accessibile, quando non risponde pi&#249; alla struttura demografica e sociale o alle nuove condizioni ambientali, quando non &#232; utilizzata e sviluppata evolutivamente.&lt;br class='autobr' /&gt;
Che la sola quantit&#224; non sia sufficiente &#232; indiscutibile. Lo &#232; altrettanto il fatto che la citt&#224; contemporanea debba misurarsi con fragilit&#224; climatiche, ambientali, abitative, demografiche e sociali, con fabbisogni e domande che rendono pi&#249; complesso il significato stesso di &#8216;dotazione'. Una citt&#224; pu&#242; presentare una buona dotazione quantitativa media di servizi e, nello stesso tempo, risultare difficilmente abitabile per una parte crescente della popolazione se l'accesso alla casa &#232; economicamente insostenibile o se l'offerta accessibile si concentra in localizzazioni lontane dalle reti e dalle opportunit&#224; urbane. Il punto da assumere come avanzamento disciplinare non &#232; dunque contrapporre qualit&#224; e quantit&#224;, ma verificare se una soglia quantitativa continui a tradursi in una prestazione effettiva, territorialmente equa e durevole, efficace. In questa prospettiva diventano decisive la distribuzione delle attrezzature, la prossimit&#224;, l'accessibilit&#224; universale, la qualit&#224; degli spazi, la capacit&#224; di svolgere pi&#249; funzioni e la continuit&#224; della gestione nel tempo.&lt;br class='autobr' /&gt;
La questione degli standard torna cos&#236; ad essere, prima ancora che un problema di computo, un problema di efficacia della stessa pianificazione. Il passaggio dalla dotazione prevista alla dotazione effettivamente disponibile, accessibile e performante rende evidente che la tutela della citt&#224; pubblica non pu&#242; essere affidata alla sola permanenza di una norma: richiede strumenti capaci di leggere le diseguaglianze territoriali, di orientare le priorit&#224; e di verificare nel tempo gli esiti delle trasformazioni, azioni per tenerla viva. &#200; precisamente in questo scarto tra garanzia formale e prestazione reale che il monito di Emma Bonino acquista, per l'urbanistica, una particolare forza: non basta che il diritto resti scritto, occorre continuare a costruire le condizioni che lo rendono esercitabile.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Rigenerazione urbana: casa, standard e innovazione della forma del piano&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Gli standard del 1968 sono nati entro una citt&#224; che cresceva per espansione (soprattutto privata): alla nuova capacit&#224; insediativa dovevano corrispondere nuove quantit&#224; di spazi e attrezzature pubbliche. Oggi, nell'epoca del contenimento del consumo di suolo e della rigenerazione, una parte crescente delle trasformazioni interviene nella citt&#224; gi&#224; urbanizzata, dove le dotazioni esistono ma possono essere diseguali, obsolete o inadeguate rispetto ai nuovi bisogni e alle prestazioni ambientali e sociali richieste. Il problema non &#232; dunque soltanto quanto standard aggiungere, ma come conoscere, qualificare, redistribuire e mantenere la citt&#224; pubblica esistente. Per questo innovazione degli standard e innovazione della forma del piano sono questioni inseparabili.&lt;br class='autobr' /&gt;
La rigenerazione rende ancora pi&#249; evidente la necessit&#224; di ricomporre casa e citt&#224; pubblica. Intervenire sul patrimonio esistente non significa soltanto recuperare edifici o aumentare l'offerta residenziale ma interrogarsi su chi possa abitare i luoghi trasformati, a quali condizioni e con quale accesso alle dotazioni e alle opportunit&#224; urbane. La questione abitativa torna cos&#236; al centro della questione urbanistica: politiche della casa, regolazione degli usi del suolo, standard, mobilit&#224;, servizi e qualit&#224; ambientale devono essere considerate parti di una stessa strategia. Una Agenda urbana capace di affrontare le fragilit&#224; contemporanee della citt&#224; dovrebbe assumere questa integrazione come criterio ordinatore, evitando che la produzione o il recupero di alloggi procedano separatamente dalla costruzione delle condizioni territoriali dell'abitare.&lt;br class='autobr' /&gt;
Una direzione di lavoro significativa &#232; quella che distingue, nel piano urbanistico generale, una componente strutturale e strategica da una componente regolativa, affiancandovi una funzione operativo-progettuale per le trasformazioni complesse. Nella proposta Inu di legge di principi del 2024, la prima definisce finalit&#224;, obiettivi, esiti attesi e prestazioni, comprese le dotazioni urbanistiche e territoriali, senza attribuire direttamente diritti edificatori; la seconda disciplina il territorio e il patrimonio esistente non interessati da trasformazioni complesse; la funzione operativa traduce gli obiettivi in progetti e accordi attuativi (Galuzzi et al. 2024) in dimostrata coerenza con la componente strutturale.&lt;br class='autobr' /&gt;
Per gli standard, questa impostazione consente di passare dalla&lt;br class='autobr' /&gt;
sola conformit&#224; quantitativa alla verifica dell'effettiva coerenza delle trasformazioni con gli obiettivi pubblici del piano. Dove sono necessarie regole inderogabili, la conformit&#224; resta essenziale; nella dimensione operativo-progettuale della rigenerazione diventa invece centrale una valutazione motivata di coerenza rispetto a obiettivi strutturali e prestazionali. Ci&#242; richiede quadri conoscitivi aggiornabili sulle dotazioni effettive, indicatori di accessibilit&#224; e prestazione, individuazione dei deficit, programmazione delle risorse e monitoraggio degli esiti. Rendere effettiva la citt&#224; pubblica significa anche verificare nel tempo realizzazione, gestione, manutenzione e capacit&#224; di adattamento delle dotazioni.&lt;br class='autobr' /&gt;
In questo quadro la citt&#224; pubblica pu&#242; essere reinterpretata come infrastruttura territoriale e socio ambientale e multifunzionale. Una scuola &#232; anche presidio civico e nodo di prossimit&#224;; un parco pu&#242; essere insieme spazio di socialit&#224;, infrastruttura ecologica e dispositivo di adattamento climatico; una strada pu&#242; concorrere alla mobilit&#224; attiva, alla sicurezza, all'ombreggiamento e alla gestione delle acque. Le prestazioni multiple non sostituiscono le quantit&#224; minime: ne qualificano il significato e riportano gli standard dentro il progetto contemporaneo della citt&#224;.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Una conquista si difende facendola avanzare&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;La questione che oggi interessa non &#232; ribadire che gli standard urbanistici hanno rappresentato una conquista sociale e disciplinare ma stabilire quale ulteriore avanzamento sia necessario perch&#233; quella conquista continui a produrre i propri effetti in citt&#224; e territori profondamente mutati e in crisi. Anche qui il monito di Emma Bonino (che pu&#242; essere esteso alla stessa democrazia) &#232; utile nella sua struttura pi&#249; profonda: la difesa dei diritti non coincide con la loro conservazione immobile, ma richiede movimento, continua attenzione e capacit&#224; di estenderne concretamente il campo di efficacia.&lt;br class='autobr' /&gt;
Applicato alla pianificazione, ci&#242; significa che difendere incrementalmente gli standard non pu&#242; voler dire limitarsi a preservare i &#8220;18 m2 per abitante&#8221;, n&#233; sostituire con generiche qualit&#224; le soglie quantitative esistenti. Significa stratificare nuove garanzie sopra quelle conquistate: accessibilit&#224; e prossimit&#224; ai servizi; qualit&#224; e sicurezza dello spazio pubblico; capacit&#224; di adattamento climatico; servizi ecosistemici; inclusivit&#224; e accessibilit&#224; universale; continuit&#224; della gestione; distribuzione territorialmente equa delle dotazioni. Sul versante dell'abitare significa, inoltre, riconoscere che l'accessibilit&#224; alla casa e la sua localizzazione devono essere considerate in relazione alle stesse dotazioni e opportunit&#224; urbane. La quantit&#224; mantiene la funzione di soglia e viene accompagnata dalla verifica di ci&#242; che quella dotazione rende realmente possibile.&lt;br class='autobr' /&gt;
L'alternativa non &#232;, dunque, tra conservare e superare gli standard ma tra mantenerli e farli avanzare. Nel primo caso la norma pu&#242; sopravvivere mentre la garanzia si svuota; nel secondo la pianificazione conserva il nucleo universalistico e riformista di quella conquista e lo traduce in una garanzia dinamica, capace di adattarsi alle nuove domande della citt&#224; e dei territori senza indebolire le soglie minime.&lt;br class='autobr' /&gt;
In questa prospettiva, casa e standard dovrebbero tornare a essere assunti congiuntamente come questioni centrali di una Agenda urbana: non due politiche parallele che non si incontrano ma componenti di un medesimo sistema di garanzie spaziali. Riportare questa relazione dentro la pianificazione significa riaffermare il carattere non settoriale della questione abitativa e, insieme, aggiornare il significato della citt&#224; pubblica.&lt;br class='autobr' /&gt;
L'interrogativo finale torna allora a essere quello pi&#249; propriamente urbanistico: non &#8216;quanta citt&#224; &#232; possibile costruire' ma &#8216;quale citt&#224; &#232; necessario garantire'. Se prendiamo ancora sul serio la metafora della bicicletta di Emma bonino, anche la pianificazione rischia di cadere quando smette di muoversi: non necessariamente perch&#233; scompaiono le sue regole ma perch&#233; quelle regole cessano di interpretare i bisogni, di contrastare le diseguaglianze e di produrre condizioni effettive di urbanit&#224;.&lt;br class='autobr' /&gt;
La lezione di Emma pu&#242; allora essere riportata all'urbanistica senza forzature: custodire le conquiste significa continuare a renderle efficaci, aggiornando gli strumenti con cui casa, servizi, spazi pubblici e altre dotazioni della citt&#224; pubblica concorrono a rendere concretamente esercitabili i diritti nei luoghi in cui le persone vivono.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>Patrimonio urbano</title>
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&lt;p&gt;Nel dibattito urbanistico contemporaneo, il patrimonio urbano &#232; sempre pi&#249; considerato una risorsa strategica per lo sviluppo territoriale. In questo senso, esso non rappresenta soltanto un oggetto di conservazione, ma anche un capitale culturale ed economico capace di attivare processi di rigenerazione urbana, attrazione turistica e innovazione sociale. Tuttavia, tale approccio solleva questioni critiche, in particolare per quanto riguarda il rischio di mercificazione, gentrificazione e (...)&lt;/p&gt;


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 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Nel dibattito urbanistico contemporaneo, il patrimonio urbano &#232; sempre pi&#249; considerato una risorsa strategica per lo sviluppo territoriale. In questo senso, esso non rappresenta soltanto un oggetto di conservazione, ma anche un capitale culturale ed economico capace di attivare processi di rigenerazione urbana, attrazione turistica e innovazione sociale. Tuttavia, tale approccio solleva questioni critiche, in particolare per quanto riguarda il rischio di mercificazione, gentrificazione e perdita di autenticit&#224; dei luoghi. Nei 10 punti che l'Ancsa ha pubblicato (2017) si ricorda che l'efficacia delle politiche di conservazione e rigenerazione del patrimonio urbano non dipende solo dalle scelte che si riferiscono alle aree definite come storiche, ma anche soprattutto dalle azioni riguardanti i loro contesti territoriali. &#200; necessario pertanto estendere la tutela dei valori storici al di fuori dei semplici perimetri individuati per la tutela, integrando anche nuovi elementi materiali e immateriali quali gli assi visivi e il paesaggio percepito, le infrastrutture storiche, le tracce archeologiche, le strutture geomorfologiche, oltre alla memoria e alle tradizioni d'uso del patrimonio. L'espressione patrimonio urbano viene allora a designare l'insieme dei beni materiali e immateriali che, storicamente e culturalmente sedimentati nello spazio della citt&#224;, contribuiscono a definirne l'identit&#224;, il valore d'uso e il significato collettivo. Il termine implica una concezione ampia e dinamica del patrimonio, non limitata ai singoli monumenti ma estesa ai tessuti urbani, agli spazi pubblici, ai paesaggi costruiti e alle pratiche sociali che li attraversano.&lt;br class='autobr' /&gt;
Patrimonio non come nozione statica e inventariale, dunque, ma come frontiera in movimento, che accetta le nuove acquisizioni (differenti sensibilit&#224;, nuove categorie di beni, rinnovati approcci metodologici, mutati contesti sociali ed economici, cambiamenti globali). Questo implica anche la necessit&#224; di una ridefinizione continua delle ricognizioni e dei processi di conoscenza. I quadri conoscitivi non sono dati una volta per tutte, ma devono essere aggiornati, ridiscussi, rinegoziati con gli esperti e con le comunit&#224; locali. Attivare buone politiche e buona amministrazione vuole dunque anche dire conoscere: per progettare, per intervenire, per gestire, per mantenere.&lt;br class='autobr' /&gt;
Nel contesto internazionale, segnatamente quello dei documenti Unesco, l'Urban Heritage trova una sua esplicita definizione terminologica solo nella Raccomandazione sul Paesaggio storico urbano (2011) in quanto &#8220;per l'umanit&#224; una risorsa sociale, culturale ed economica, definita da una stratificazione storica di valori prodotti da culture successive ed attuali e da un accumulo di tradizioni ed esperienze, riconosciute come tali nella loro diversit&#224;&#8221;. L'innovazione principale consiste nell'introduzione del concetto di paesaggio urbano storico, che supera la tradizionale separazione tra centro storico e citt&#224; contemporanea e considera invece l'intero sistema urbano nella sua complessit&#224;: ambiente costruito, elementi naturali, dinamiche economiche e dimensioni sociali sono tutti parte del patrimonio. In questa prospettiva, il patrimonio urbano non &#232; pi&#249; visto come un insieme statico da conservare, ma come una risorsa attiva per lo sviluppo sostenibile, capace di rafforzare anche la coesione sociale ed economica delle citt&#224;, in coerenza con gli obiettivi dell'Agenda 2030 della Nazioni Unite. Rimane d'altra parte la complessit&#224; operativa di una tale ridefinizione concettuale, anche nella dialettica tra cosa &#232; da intendersi come paesaggio e cosa come patrimonio urbano in s&#233; e per s&#233;. In ogni caso, si tratta dell'approdo di un lungo percorso che l'Unesco aveva avviato nel 1972 con la Convenzione sul patrimonio mondiale dove, tuttavia, ci si riferiva ancora, principalmente, a monumenti, gruppi di edifici e siti o, tutt'al pi&#249;, a una prima citazione del tema degli &#034;insiemi urbani storici&#034;. Se si guarda agli attuali criteri valutativi Unesco/Icomos per il riconoscimento dei centri storici di valore universale eccezionale, vale anche un rinnovato concetto di autenticit&#224; e integrit&#224; (documento di Nara 1994) che pondera la credibilit&#224; degli attributi materiali e immateriali del bene e che non si misura sulla conservazione integrale di ogni manufatto, ma sulla persistenza della struttura morfologica (maglia viaria, sistema dei lotti, rapporto pubblico/privato) e sulla coerenza dei materiali con la tradizione locale.&lt;br class='autobr' /&gt;
Non si pu&#242; dimenticare il ruolo fondamentale che il dibattito italiano ha avuto nel definire precocemente la questione, con la Carta di Gubbio del 1960 (v. &#034;Centri storici&#034; in questa stessa rubrica) e con il lavoro della Commissione parlamentare Franceschini (1964-1967), in particolare con il contributo di Giovanni Astengo nel profilare quelli che allora vennero definiti i &#8220;beni culturali ambientali&#8221;, a cui dovevano essere ricondotti, secondo gli estensori, anche gli insediamenti storici di valore storico-documentario e non soltanto monumentale. Un approccio che, negli anni successivi, muove dal centro storico alla citt&#224; storica, dalla citt&#224; al territorio e al paesaggio come palinsesto o come sistema di sistemi di relazioni storiche che possono essere oggetto di patrimonializzazione, ma anche di consapevole trasformazione (alcuni di questi temi sono gi&#224; espressi dalla seconda carta di Gubbio Ancsa del 1990).&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>Parma: patrimonio e paesaggio urbano</title>
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		<dc:subject>Parma</dc:subject>

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&lt;p&gt;In IV di copertina: &#8220;Contrasto visivo&#8221;, Ospedale vecchio di Parma (Crediti fotografici: Marco Gherri). &lt;br class='autobr' /&gt;
Il Codice dei beni culturali e del paesaggio ha introdotto il concetto di patrimonio come bene diffuso, riconoscendo l'importanza delle relazioni tra i beni culturali e il contesto paesaggistico e urbano in cui sono inseriti. Questa visione amplia la prospettiva tradizionale, includendo sia elementi di origine antropica sia naturale, per una comprensione arricchita e integrata del territorio (...)&lt;/p&gt;


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		&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;In IV di copertina: &#8220;Contrasto visivo&#8221;, Ospedale vecchio di Parma (Crediti fotografici: Marco Gherri).&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;&lt;span class='spip_document_1724 spip_documents'&gt; &lt;img class='img-responsive' src='http://urbanisticainformazioni.it/local/cache-vignettes/L500xH633/quarta-15-e8cad.jpg?1785763140' alt=&#034;&#034; width='500' height='633' /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il Codice dei beni culturali e del paesaggio ha introdotto il concetto di patrimonio come bene diffuso, riconoscendo l'importanza delle relazioni tra i beni culturali e il contesto paesaggistico e urbano in cui sono inseriti.&lt;br class='autobr' /&gt;
Questa visione amplia la prospettiva tradizionale, includendo sia elementi di origine antropica sia naturale, per una comprensione arricchita e integrata del territorio e della citt&#224;.&lt;br class='autobr' /&gt;
Cos&#236;, il concetto di patrimonio culturale urbano racchiude una vasta gamma di beni materiali, tra cui spazi aperti, architetture e paesaggi, riconosciuti come di particolare interesse storico-artistico, sociale e ambientale.&lt;br class='autobr' /&gt;
Questi beni non solo rappresentano testimonianze del passato, ma costituiscono un tessuto vivo che riflette l'identit&#224; culturale, storica e i valori di una comunit&#224;.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il tessuto urbano di Parma si configura come una stratificazione storica che riflette l'impianto di matrice romana e poi le vicende politiche dall'et&#224; comunale ai fasti ducali delle dinastie Farnese e Borbone, fino all'impronta neoclassica asburgica.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il baricentro monumentale e religioso &#232; costituito dal complesso di piazza del Duomo, illustre esempio di urbanistica medievale: la cattedrale, espressione del romanico padano, custodisce la cupola affrescata dal Correggio, mentre l'adiacente battistero ottagonale, progettato da Benedetto Antelami, rappresenta un nodo critico di transizione formale e plastica tra i canoni romanici e le prime istanze del gotico d'oltralpe.&lt;br class='autobr' /&gt;
La definizione del potere signorile trova la massima espressione macro-urbanistica nel complesso farnesiano del palazzo della Pilotta, mentre l'assetto ottocentesco &#232; segnato dall'intervento di Maria Luigia d'Austria, che promosse una razionalizzazione urbanistica di stampo neoclassico, il cui fulcro formale &#232; il teatro Regio, prototipo della tipologia teatrale all'italiana.&lt;br class='autobr' /&gt;
La morfologia urbana si caratterizza inoltre per l'interazione tra spazi edificati e infrastrutture verdi storiche; tra questi, il parco Ducale, configurato secondo i dettami del giardino formale, e la cittadella, impianto fortificato pentagonale di scuola tardo-rinascimentale, declinano il concetto di patrimonio in senso ambientale e ridefiniscono i margini urbani.&lt;br class='autobr' /&gt;
Questo sistema viene integrato dalle emergenze rinascimentali dell'ospedale Vecchio, di San Giovanni Evangelista e della Steccata oltre che di numerosi altri complessi monastici e conventuali di diversa datazione la cui struttura ha fortemente condizionato l'impianto urbano della citt&#224; storica.&lt;br class='autobr' /&gt;
Un patrimonio urbano che alterna in modo equilibrato architetture monumentali ed edilizia residenziale basata sulle tipologie edilizie tradizionali del lotto gotico o delle case a corte, che avvicendano ritmi e linguaggi aulici o popolari nelle diverse zone delle citt&#224; e definiscono il paesaggio urbano della citt&#224; storica.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il centro storico di Parma si struttura come il risultato di un processo di sedimentazione culturale e architettonica che rende il suo tessuto urbano denso di significati, definendo un sistema in cui portici, strade e piazze testimoniano il persistere di un'organizzazione urbana consolidata nel tempo, nella quale, la centralit&#224; dello spazio pubblico, inteso come luogo in cui il &#8220;patrimonio umano&#8221; si incontra e interagisce, diviene elemento chiave nell'interpretare il rapporto tra il centro storico e le persone che lo vivono, rendendolo vivo.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>La questione urbana e il futuro del Paese</title>
		<link>http://urbanisticainformazioni.it/La-questione-urbana-e-il-futuro-del-Paese.html</link>
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		<dc:subject>Aperture</dc:subject>
		<dc:subject>il Punto</dc:subject>
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&lt;p&gt;Per oltre mezzo secolo la questione urbana ha accompagnato la storia civile della Repubblica italiana. Dagli intensi processi di urbanizzazione degli anni del miracolo economico fino alle trasformazioni della citt&#224; contemporanea, essa ha rappresentato uno dei principali terreni di confronto tra politica, cultura e istituzioni. Negli anni '60 e '70 la citt&#224; appariva come il luogo nel quale si concentravano le contraddizioni dello sviluppo: la domanda di abitazioni, la costruzione dei servizi (...)&lt;/p&gt;


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 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Per oltre mezzo secolo la questione urbana ha accompagnato la storia civile della Repubblica italiana. Dagli intensi processi di urbanizzazione degli anni del miracolo economico fino alle trasformazioni della citt&#224; contemporanea, essa ha rappresentato uno dei principali terreni di confronto tra politica, cultura e istituzioni.&lt;br class='autobr' /&gt;
Negli anni '60 e '70 la citt&#224; appariva come il luogo nel quale si concentravano le contraddizioni dello sviluppo: la domanda di abitazioni, la costruzione dei servizi pubblici, la mobilit&#224;, l'inquinamento, la rendita fondiaria, il consumo di suolo, le disuguaglianze sociali. Non &#232; un caso che proprio in quegli anni si sviluppassero riflessioni destinate a segnare profondamente la cultura urbanistica europea. Mentre Manuel Castells interpretava la questione urbana come una dimensione fondamentale della riproduzione sociale e dei conflitti sui consumi collettivi (Castells 1972), in Italia Giuseppe Campos Venuti rivendicava il ruolo riformatore dell'urbanistica come politica pubblica (Campos Venuti 1987), e Bernardo Secchi da un lato, e Arnaldo Bagnasco dall'altro, si preoccupavano di evidenziare come le trasformazioni della citt&#224; fossero ormai inseparabili dai mutamenti dell'economia, della societ&#224; e delle forme dell'abitare (Bagnasco 1988; Secchi 1989). &lt;br class='autobr' /&gt;
In questo periodo la citt&#224; appariva come il luogo nel quale si concentravano le tensioni prodotte dalla modernizzazione del Paese, e il governo del territorio costituiva con crescente evidenza uno dei principali terreni di confronto tra istituzioni, forze politiche e culture disciplinari. Non solo; quella stagione aveva una caratteristica precisa, per effetto della quale la questione urbana nasceva come conseguenza della crescita. Ed era l'espansione economica e demografica a produrre problemi che richiedevano nuove politiche pubbliche e nuovi strumenti di governo del territorio.&lt;br class='autobr' /&gt;
Oggi quello schema interpretativo non sembra pi&#249; convincente, ma la questione urbana non &#232; scomparsa. Si &#232; trasformata, e ha perso progressivamente la sua centralit&#224;.&lt;br class='autobr' /&gt;
Pu&#242; apparire paradossale, ma mentre oltre due terzi della popolazione italiana vivono nelle citt&#224; &#8211; e una quota persino superiore di ricchezza si concentra nelle aree pi&#249; densamente urbanizzate &#8211; la questione urbana sembra essersi eclissata dal dibattito pubblico nazionale. Le politiche urbane si sono frammentate in una molteplicit&#224; di programmi settoriali, spesso episodici e finanziariamente discontinui, mentre &#232; mancata una visione nazionale capace di tenere insieme il governo del territorio, lo sviluppo economico, la coesione sociale e la sostenibilit&#224; ambientale. L'assenza, ormai da molti anni, di una Agenda urbana nazionale rappresenta probabilmente il segnale pi&#249; evidente di questa progressiva marginalizzazione delle politiche per la citt&#224;.&lt;br class='autobr' /&gt;
Eppure le trasformazioni che oggi attraversano il Paese dovrebbero riportare le citt&#224; al centro del dibattito pubblico, ma in termini profondamente diversi rispetto al passato. La transizione ecologica impone di ripensare il metabolismo urbano, l'uso delle risorse, la sicurezza del territorio e l'adattamento degli insediamenti. L'inverno demografico modifica profondamente la domanda di abitazioni, servizi, scuole, welfare e mobilit&#224;. La trasformazione digitale ridefinisce il contenuto di vecchie e nuove professioni, e i rapporti tra produzione, lavoro, conoscenza e spazio urbano. La riconversione dei sistemi produttivi rende decisivo il ruolo delle citt&#224; come spazio privilegiato dell'innovazione, della formazione superiore e dell'integrazione tra ricerca e impresa. La crescente difficolt&#224; di accesso alla casa non rappresenta soltanto un problema sociale, ma incide direttamente sulla capacit&#224; delle citt&#224; di attrarre giovani, competenze e investimenti.&lt;br class='autobr' /&gt;
Nel complesso tali cambiamenti &#8211; gi&#224; in atto o in fieri &#8211; sono all'origine della crescente competizione tra i territori, e non sono semplicemente all'origine di nuovi problemi urbani. In modo ancor pi&#249; decisivo essi interrogano direttamente la capacit&#224; delle citt&#224; di continuare a svolgere il ruolo di motori dello sviluppo economico, dell'innovazione, della coesione sociale e della qualit&#224; della vita (Talia 2026, in corso di pubblicazione).&lt;br class='autobr' /&gt;
&#200; infatti ragionevole supporre che la questione urbana contemporanea non derivi pi&#249; principalmente dagli effetti dell'urbanizzazione. Al contrario, essa implica pi&#249; direttamente le condizioni necessarie affinch&#233; i sistemi urbani mantengano quella centralit&#224; economica, sociale e culturale che ha caratterizzato le economie mature negli ultimi decenni. In altre parole, non si tratta pi&#249; di indirizzare la crescita della citt&#224;, ma di governare la trasformazione della societ&#224; urbana in una fase di crescita debole, di declino demografico e di profonde transizioni ambientali e tecnologiche.&lt;br class='autobr' /&gt;
Questa inversione di prospettiva modifica il significato stesso delle politiche territoriali. La crisi climatica impone di ripensare il metabolismo urbano, l'uso delle risorse, la sicurezza del territorio e l'adattamento degli insediamenti. La rigenerazione urbana non consiste semplicemente nel recupero del patrimonio edilizio esistente, ma tende a trasformarsi in una politica di innovazione economica e di adattamento climatico. L'inverno demografico modifica profondamente la domanda di abitazioni, servizi, scuole, welfare e mobilit&#224;. Le innovazioni tecnologiche e l'intelligenza artificiale ridefiniscono i rapporti tra produzione, lavoro, conoscenza e spazio urbano. La riconversione dei sistemi produttivi rende decisivo il ruolo delle citt&#224; come luoghi dell'innovazione, della formazione superiore e dell'integrazione tra ricerca ed impresa. La crescente difficolt&#224; di accesso alla casa non rappresenta soltanto un problema sociale, ma incide direttamente sulla capacit&#224; delle citt&#224; di attrarre giovani, competenze e investimenti.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Il Libro bianco sulla questione urbana&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Evidentemente abbiamo raggiunto un importante momento di svolta. Se nel secolo scorso l'urbanizzazione produceva problemi che la disciplina urbanistica era chiamata ad affrontare, oggi &#232; la qualit&#224; del governo del territorio a condizionare la possibilit&#224; stessa dello sviluppo economico, della coesione sociale e della sostenibilit&#224; ambientale. La questione urbana non &#232; pi&#249; un capitolo delle politiche pubbliche: &#232; il luogo nel quale convergono le principali sfide nazionali.&lt;br class='autobr' /&gt;
Da questa consapevolezza prende forma anche la proposta che l'Inu ha inteso sviluppare a partire dall'ampio confronto avviato con il convegno &#034;Oltre l'eclissi della questione urbana in Italia&#034;, svoltosi a Roma il 24 giugno 2026. L'obiettivo, certamente ambizioso, non intende limitarsi a riaprire il dibattito disciplinare, ma si propone di creare le condizioni per una nuova stagione di politiche territoriali.&lt;br class='autobr' /&gt;
Negli anni '60 e '70 l'urbanistica italiana non era soltanto una disciplina tecnica. Essa puntava a costituire una cultura riformatrice, in grado di dialogare con economisti, sociologi, amministratori, giuristi e movimenti sociali.&lt;br class='autobr' /&gt;
Oggi questo intreccio appare molto pi&#249; debole e incerto. Se da un lato la classe dirigente ha progressivamente rinunciato a pensare al territorio come al risultato di un grande progetto nazionale, dall'altro l'urbanistica ha spesso finito per ripiegarsi su se stessa, privilegiando la dimensione tecnico-procedurale della disciplina e abdicando, almeno in parte, alla sua capacit&#224; di elaborare una proposta politica e culturale per il Paese.&lt;br class='autobr' /&gt;
Pur senza indulgere alla nostalgia, non possiamo fare a meno di riconoscere che le principali difficolt&#224; che stiamo affrontando in questi anni non dipendono tanto dalla mancanza di nuovi strumenti normativi, quanto dalla assenza di una visione condivisa delle prospettive che ci troviamo di fronte. Quando viene meno una rappresentazione del futuro, anche le riforme legislative e le innovazioni di processo finiscono inevitabilmente per rincorrere le emergenze.&lt;br class='autobr' /&gt;
&#200; ragionevole supporre che l'elaborazione di un Libro bianco sulla questione urbana e sul governo del territorio possa rappresentare il primo passo di una inversione di tendenza. Non pensiamo pertanto ad un documento rivolto esclusivamente agli urbanisti, ma ad una piattaforma condivisa, capace di coinvolgere istituzioni, amministrazioni, universit&#224;, vecchie e nuove professioni, forze economiche e sociali. Un testo da sottoporre al confronto pubblico e alle forze politiche in occasione della prossima campagna elettorale, chiedendo impegni precisi su una legge quadro per il governo del territorio e sull'adozione di una Agenda urbana nazionale.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il Libro bianco a cui pensiamo intende giovarsi della lunga esperienza che l'Inu ha accumulato con il &#034;Rapporto dal territorio&#034;, ma vuole aprirsi altres&#236; alla qualificata partecipazione dei soggetti che hanno gi&#224; aderito alla nostra iniziativa, e di quanti vorranno farlo nei prossimi mesi. Oltre ad affrontare in modo integrato le grandi questioni della nuova stagione urbana, ci si propone di conseguire l'obiettivo, ancora pi&#249; ambizioso, di contribuire a ricostruire una cultura del territorio all'altezza delle sfide del XXI secolo. Perch&#233; la qualit&#224; delle citt&#224; non riguarda soltanto chi le amministra, o chi le progetta. Da essa dipendono la competitivit&#224; del sistema economico, la coesione della societ&#224;, la sostenibilit&#224; ambientale e, in ultima analisi, la qualit&#224; della democrazia italiana.&lt;br class='autobr' /&gt;
Di fronte a questa 'seconda stagione' della questione urbana &#232; forse il caso di sottolineare come non si tratti a tutti gli effetti di un ritorno al passato. Anche perch&#233; la questione urbana non si &#232; mai eclissata del tutto, ma &#232; solo cambiato il modo in cui tendiamo a guardarla. In realt&#224; &#232; proprio questo cambiamento di prospettiva che rende sempre pi&#249; indispensabile riaprire una riflessione nazionale sul governo del territorio, che richiede un cambio sostanziale del linguaggio della politica, e dell'approccio delle istituzioni e degli strumenti di intervento.&lt;br class='autobr' /&gt;
Tenendo conto dei cambiamenti che sono avvenuti negli ultimi cinquant'anni dell'urbanistica italiana, &#232; forse il caso di segnalare i differenti paradigmi della questione urbana che si sono avvicendati in questo lungo periodo, proponendo una chiave interpretativa in grado di integrare finalmente la storia della nostra disciplina con la lettura delle trasformazioni contemporanee e le proposte politiche che si vanno consolidando. Cercando in tutti i modi di evitare al tempo stesso uno sterile rimpianto per la stagione riformista che ci siamo lasciati alle spalle, e un riferimento acritico alla 'smart city' come soluzione universale.&lt;br class='autobr' /&gt;
Nel loro susseguirsi i tre cicli urbani che vengono individuati pi&#249; di frequente in letteratura (la citt&#224; dell'espansione 1950-1990; la citt&#224; della trasformazione 1990-2020; la citt&#224; della transizione 2020-?) non vogliono costituire un semplice artificio espositivo, ma anzi potrebbero diventare l'ossatura concettuale dello stesso Libro bianco. Grazie a questa impostazione, tale documento potrebbe offrire un contributo teorico originale, tanto da costituire non solamente un semplice aggiornamento delle tradizionali politiche urbane, ma una pi&#249; ambiziosa proposta di un nuovo paradigma interpretativo (OECD 2025).&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;L'obiettivo di fondo del Libro bianco&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Oltre a introdurre gli aspetti pi&#249; problematici della transizione urbana che le grandi aree urbane stanno attraversando in questi anni (Talia 2026, in corso di pubblicazione), il Libro bianco punta a evidenziare come il superamento delle criticit&#224; che rischiano di bloccare la transizione in corso richiedano il varo di due riforme strettamente interconnesse.&lt;br class='autobr' /&gt;
La prima &#232; una Legge quadro sul governo del territorio che restituisca centralit&#224; alla pianificazione pubblica, chiarisca il rapporto tra componente strategica e componente operativa e favorisca una maggiore convergenza tra le legislazioni regionali. Di questo tema l'Inu, e questa Rivista, si sono ampiamente occupati, e il lettore non faticher&#224; a rintracciare l'illustrazione e i commenti critici di un testo che &#232; stato presentato al Senato nel luglio 2026 e che pu&#242; orientare il percorso di riforma.&lt;br class='autobr' /&gt;
La seconda importante innovazione &#232; relativa invece al varo di un'Agenda urbana nazionale di cui avvertiamo da molto tempo l'esigenza, e che non deve limitarsi a costituire un mero elenco di finanziamenti, ma piuttosto l'indicazione di una strategia capace di orientare le politiche pubbliche per le citt&#224;.&lt;br class='autobr' /&gt;
Questi due nuovi provvedimenti devono procedere insieme, con una riforma del governo del territorio che deve indicare gli strumenti, e l'Agenda urbana che deve individuare invece le priorit&#224;.&lt;br class='autobr' /&gt;
Nella prospettiva indicata si pu&#242; cogliere una profonda innovazione nel modo di concepire la pianificazione. Se negli anni '60 e '70 l'innovazione consisteva soprattutto nel costruire nuovi piani; negli anni '90 si &#232; puntato sulla flessibilit&#224; e sulla negoziazione; oggi la sfida &#232; diversa. Occorre costruire una capacit&#224; permanente di coordinamento, in grado cio&#232; di mettere in relazione politiche pubbliche, livelli istituzionali, risorse finanziarie e tempi diversi delle trasformazioni. In questa prospettiva l'Agenda urbana nazionale non rappresenta solo un nuovo paradigma che la pubblica amministrazione e il sistema degli enti locali potr&#224; adottare a riferimento, ma una forma di governance che rende possibile una pianificazione strategica adattiva, capace cio&#232; di aggiornarsi senza perdere coerenza.&lt;br class='autobr' /&gt;
Nel tentativo di superare un gap che ha lungamente penalizzato il nostro Paese, pu&#242; essere venuto finalmente il momento di rivitalizzare il Cipu (Comitato interministeriale per le politiche urbane) che &#232; stato istituito nel 2012, ma che non &#232; mai entrato pienamente a regime. Al contrario, tale ente pu&#242; candidarsi a costituire un organismo stabile di governance multilivello, e l'Agenda nazionale urbana pu&#242; definire una visione integrata dello sviluppo delle citt&#224; italiane effettivamente in grado di coordinare le politiche abitative, di incentivare gli interventi sulla mobilit&#224;, di innovare gli strumenti del welfare urbano, di sperimentare nuove politiche per la transizione ecologica e l'innovazione digitale e, in definitiva, di adottare iniziative efficaci nel campo della rigenerazione territoriale e urbana.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>Conoscere per agire. Il benessere come principio ordinatore dello sviluppo oltre la crescita</title>
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&lt;p&gt;Una societ&#224; ricca di conoscenze e povera di capacit&#224; d'azione La contemporaneit&#224; presenta un paradosso sempre pi&#249; evidente, mai come oggi le societ&#224; hanno avuto a disposizione una quantit&#224; tanto ampia di informazioni sulle conseguenze delle proprie scelte. Conosciamo con crescente precisione le cause del cambiamento climatico, i processi di perdita della biodiversit&#224;, le dinamiche del consumo di suolo, gli effetti sanitari dell'inquinamento, l'incremento delle disuguaglianze e la dipendenza del (...)&lt;/p&gt;


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 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Una societ&#224; ricca di conoscenze e povera di capacit&#224; d'azione&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;La contemporaneit&#224; presenta un paradosso sempre pi&#249; evidente, mai come oggi le societ&#224; hanno avuto a disposizione una quantit&#224; tanto ampia di informazioni sulle conseguenze delle proprie scelte. Conosciamo con crescente precisione le cause del cambiamento climatico, i processi di perdita della biodiversit&#224;, le dinamiche del consumo di suolo, gli effetti sanitari dell'inquinamento, l'incremento delle disuguaglianze e la dipendenza del benessere umano dalla qualit&#224; degli ecosistemi, cause e dati del deserto demografico. Disponiamo di sistemi satellitari, banche dati territoriali, modelli climatici, indicatori sociali, studi epidemiologici, valutazioni economiche e scenari previsionali. Sappiamo quali gruppi sociali e quali territori siano maggiormente esposti ai rischi. Conosciamo molte delle politiche che sarebbero necessarie per ridurre le emissioni, proteggere gli ecosistemi, migliorare la salute e contrastare le disuguaglianze.&lt;br class='autobr' /&gt;
Eppure, le risposte pubbliche rimangono frammentarie, tardive e insufficienti rispetto alla portata dei fenomeni. Le emissioni continuano ad aumentare, gli obiettivi internazionali su sostenibilit&#224; e biodiversit&#224; vengono ripetutamente mancati e i sistemi economici restano poveri di politiche esplicite e mirate e scarsamente allineati al benessere sostenibile delle persone e del pianeta. Come osservano Costanza et al. (2026) questo persistente divario tra conoscenza e attuazione indica che gli ostacoli alla transizione non sono pi&#249; prevalentemente cognitivi: sono soprattutto istituzionali, politici e distributivi.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il problema, in altri termini, non consiste soltanto nel produrre nuove conoscenze ma consiste nel riuscire intanto a sapere e voler usare quelle gi&#224; disponibili per il bene delle persone.&lt;br class='autobr' /&gt;
In proposito vanno considerati almeno tre aspetti: il primo &#232; la produzione della conoscenza: osservare i fenomeni, raccogliere dati, formulare diagnosi e costruire scenari. Il secondo riguarda la loro interpretazione pubblica: stabilire quali conoscenze siano rilevanti, per chi e rispetto a quali obiettivi. Il terzo fa riferimento al sistema delle decisioni: tradurre le evidenze disponibili in priorit&#224;, risorse, regole, programmi, progetti e interventi.&lt;br class='autobr' /&gt;
&#200; soprattutto tra il secondo e il terzo aspetto che si produce l'attuale grave crisi di efficacia. Le informazioni possono essere scientificamente solide e tuttavia rimanere politicamente inerti. Possono documentare un rischio senza modificare le scelte di investimento; dimostrare una disuguaglianza senza generare una politica redistributiva; misurare la perdita di servizi ecosistemici senza incidere sulle decisioni riguardanti l'uso del suolo.&lt;br class='autobr' /&gt;
La conoscenza non si trasforma automaticamente in azione. Per diventare operativa deve attraversare istituzioni, conflitti, interessi economici, culture amministrative e rapporti di potere e di forza. La distanza fra ci&#242; che sappiamo e ci&#242; che facciamo &#232; uno spazio tutt'altro che vuoto: &#232; un campo soprattutto politico.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Oltre il deficit di attuazione: le contraddizioni del paradigma di sviluppo&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Il quadro delineato dagli Obiettivi di sviluppo sostenibile &#232; emblematico. L'Agenda 2030 ha rappresentato un significativo avanzamento nella comprensione delle relazioni fra ambiente, societ&#224; ed economia, riconoscendo che povert&#224;, salute, istruzione, citt&#224;, clima, biodiversit&#224;, istituzioni e disuguaglianze non possono essere affrontati come settori indipendenti.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il fatto che soltanto il 17% dei target risultasse sulla traiettoria prevista nel rapporto Onu del 2024 (United Nations 2024) non pu&#242; tuttavia essere interpretato come una semplice lentezza esecutiva. Alcuni autori (Pickett et al. 2026) sostengono che tale scarto riveli contraddizioni pi&#249; profonde nel paradigma dello sviluppo: non &#232; sufficiente attuare pi&#249; rapidamente le politiche esistenti, se le finalit&#224; generali e i comportamenti del sistema rimangono fondati sull'espansione indefinita della produzione e dei consumi.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il fallimento non riguarda quindi solo la distanza tra conoscenza, obiettivi e risultati. Riguarda la coesistenza di obiettivi difficilmente conciliabili: da un lato, la tutela degli ecosistemi, la riduzione delle disuguaglianze e il miglioramento della salute; dall'altro, l'assunzione della crescita economica continua e della competitivit&#224; come condizioni generali e non negoziabili delle politiche pubbliche.&lt;br class='autobr' /&gt;
Non si tratta di negare la necessit&#224; di produrre beni, servizi, infrastrutture e opportunit&#224; economiche ma di chiedersi quali attivit&#224; debbano crescere, quali debbano ridursi, quali debbano essere trasformate e secondo quali criteri debbano essere distribuiti i loro benefici e i loro costi, per quali esplicite e condivise finalit&#224;.&lt;br class='autobr' /&gt;
Una societ&#224; pu&#242; avere bisogno di pi&#249; servizi sanitari, istruzione, edilizia accessibile, trasporto pubblico, lavoro non povero, cura del territorio e rigenerazione ambientale. Nello stesso tempo, pu&#242; avere bisogno di ridurre attivit&#224; estrattive, produzioni ad alta intensit&#224; di risorse, consumo di suolo, mobilit&#224; obbligata e forme di consumo meramente posizionale.&lt;br class='autobr' /&gt;
La distinzione decisiva non &#232; dunque tra crescita e non crescita in senso astratto ma tra processi che incrementano il benessere collettivo entro i limiti ecologici e processi che aumentano il valore monetario prodotto compromettendo le condizioni sociali e ambientali dalle quali il benessere dipende.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Ripensare la relazione tra crescita e sviluppo&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;L'identificazione tra sviluppo e crescita del Prodotto interno lordo (Pil) si &#232; consolidata al punto da apparire quasi naturale. Eppure, il Pil &#232; un indicatore della produzione monetaria, non una misura complessiva del progresso sociale e registra come incrementi economici anche attivit&#224; connesse alla riparazione di danni (le spese sanitarie provocate dall'inquinamento, la ricostruzione successiva a eventi catastrofici, le bonifiche rese necessarie dal degrado ambientale, l'aumento dei costi della sicurezza, i consumi indotti da condizioni di disagio). Al contrario, non riconosce adeguatamente attivit&#224; e risorse essenziali per la vita collettiva quali: il capitale sociale, i servizi ecosistemici, la qualit&#224; dello spazio pubblico, la sicurezza ambientale e abitativa, il lavoro di cura non retribuito, la qualit&#224; delle relazioni, la fiducia, il senso di appartenenza. Come &#232; stato osservato gi&#224; nel 2014, &#232; necessario superare l'uso del Pil come misura dominante dello sviluppo. Studi successivi hanno rafforzato questa posizione, mostrando che, oltre determinate soglie di reddito, la crescita economica non produce miglioramenti proporzionali della salute, della soddisfazione di vita e della coesione sociale (Costanza et al. 2014; Fioramonti et al. 2022; Kallis et al. 2025).&lt;br class='autobr' /&gt;
La critica al Pil non implica tuttavia una semplice sostituzione statistica perch&#233; si incorrerebbe nel rischio di affiancare nuovi indicatori senza modificare i processi decisionali, mantenendo la crescita monetaria come vero criterio prevalente. Ripensare lo sviluppo significa invece cambiare la domanda fondamentale. Non pi&#249; &#8216;quanto valore economico viene prodotto?' ma &#8216;quali condizioni di vita vengono generate, per quali persone, in quali territori, per quanto tempo e con quali conseguenze sui sistemi naturali, quale sostenibilit&#224;?'&lt;br class='autobr' /&gt;
Questo mutamento sposta l'attenzione dai flussi monetari agli esiti sostantivi. Il progresso e la crescita non vanno visti come quantit&#224; di beni scambiati ma come capacit&#224; di garantire vite dignitose, salute, autonomia, relazioni significative, accesso ai servizi e integrit&#224; ecologica, sostenibilit&#224; complessiva.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Il benessere come principio ordinatore&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Il passaggio pi&#249; rilevante da fare consiste nell'assumere il benessere e la riduzione delle diseguaglianze non come risultato eventuale della crescita economica ma come criterio preliminare attraverso cui organizzare l'economia, le istituzioni e l'uso delle risorse. Per molto tempo le politiche pubbliche hanno seguito una sequenza implicita che dalla crescita economica misura l'aumento delle risorse e ne deduce il miglioramento del benessere. Questa relazione non &#232; n&#233; automatica n&#233; distributivamente neutrale. La ricchezza prodotta pu&#242; concentrarsi in pochi gruppi, non tradursi in servizi accessibili e generare contemporaneamente danni sanitari, ambientali e territoriali.&lt;br class='autobr' /&gt;
Assumere il benessere come principio ordinatore significa invertire la sequenza ovvero partire da una definizione democratica del benessere collettivo per selezionare attivit&#224; economiche e politiche coerenti ed infine valutare gli esiti sociali ed ecologici.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il benessere deve essere inteso in senso multidimensionale, ricordando che le sue principali dimensioni riguardano qualit&#224; dell'abitare, integrit&#224; degli ecosistemi, istruzione, accesso ai servizi, qualit&#224; ambientale, sicurezza economica, relazioni sociali, possibilit&#224; di partecipazione, fiducia nelle istituzioni, equilibrio tra vita e lavoro. Il benessere non pu&#242; quindi essere separato n&#233; dalla giustizia sociale n&#233; dalla salute degli ecosistemi.&lt;br class='autobr' /&gt;
In sostanza serve misurare ci&#242; che conta senza ridurlo a un indicatore: la costruzione di sistemi di misurazione alternativi al Pil rappresenta un passaggio necessario, purch&#233; tali sistemi non si limitino ad affiancare nuovi indicatori a processi decisionali immutati: devono incidere sulla selezione degli investimenti, sulla valutazione delle politiche e sulla distribuzione delle risorse.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Dalla conoscenza alla decisione: il nodo istituzionale&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;La progettazione della governance si configura quindi come una leva decisiva per la transizione. Le istituzioni contemporanee sono infatti esposte alla concentrazione del potere economico, all'influenza delle lobby, alla instabilit&#224; politica e alla prevalenza di interessi di breve periodo.&lt;br class='autobr' /&gt;
La conoscenza scientifica entra quindi in un campo decisionale diseguale. Non tutte le informazioni hanno la stessa capacit&#224; di influire. Un dato sulla vulnerabilit&#224; climatica di una popolazione pu&#242; essere scientificamente robusto ma disporre di un peso politico inferiore rispetto all'interesse economico immediato di un soggetto organizzato.&lt;br class='autobr' /&gt;
Si pu&#242; ipotizzare che il divario tra conoscenza e azione derivi almeno da cinque condizioni.&lt;br class='autobr' /&gt;
La prima &#232; la frammentazione istituzionale. Le conoscenze sono spesso organizzate per settori e soggetti, mentre i problemi sono interdipendenti. Clima, salute, casa, mobilit&#224;, suolo e disuguaglianze vengono trattati da amministrazioni differenti, dotate di competenze, risorse e temporalit&#224; non coordinate.&lt;br class='autobr' /&gt;
La seconda &#232; il breve periodo della decisione politica. Molti benefici della transizione emergono nel medio-lungo termine, mentre i costi economici e politici sono immediati. Le generazioni future e gli ecosistemi non dispongono di una rappresentanza equivalente a quella degli interessi presenti.&lt;br class='autobr' /&gt;
La terza &#232; la disuguaglianza di potere. Le organizzazioni dotate di risorse economiche, accesso ai decisori e capacit&#224; di comunicazione possono selezionare quali conoscenze rendere visibili e quali marginalizzare. Le analisi di Gilens e Page mostrano come le &#233;lite economiche e i gruppi imprenditoriali possano esercitare un'influenza sulle politiche molto superiore a quella dei cittadini medi (Gilens e Page 2014).&lt;br class='autobr' /&gt;
La quarta &#232; la debole capacit&#224; amministrativa. Conoscere un problema non significa disporre automaticamente delle competenze, delle strutture organizzative e delle risorse necessarie per affrontarlo.&lt;br class='autobr' /&gt;
La quinta &#232; l'assenza di responsabilit&#224; rispetto agli esiti. Le politiche sono spesso valutate in base agli atti prodotti, ai finanziamenti spesi o alle opere realizzate, non in relazione ai miglioramenti effettivi generati per le persone e per l'ambiente.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il nodo centrale diventa quindi la costruzione di istituzioni capaci di (e intenzionate a) trasformare la conoscenza in azione pubblica. Ci&#242; richiede non soltanto pi&#249; dati, ma procedure attraverso le quali le evidenze possano essere selezionate, integrate, pubblicamente discusse, tradotte in obiettivi, collegate alle risorse, trasformate in regole e progetti, monitorate nei loro effetti, riesaminate sulla base dei risultati.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;La pianificazione come infrastruttura pubblica di conoscenza e azione&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Il governo del territorio costituisce uno dei campi nei quali il rapporto fra conoscenza e azione assume maggiore evidenza. Ogni scelta spaziale mobilita conoscenze relative a suolo, clima, biodiversit&#224;, servizi, mobilit&#224;, casa, acqua, economia, salute, popolazione. Nello stesso tempo, ogni decisione modifica concretamente la distribuzione di opportunit&#224;, rischi, valori immobiliari, accessibilit&#224; e qualit&#224; ambientale.&lt;br class='autobr' /&gt;
La pianificazione non pu&#242; quindi essere ridotta n&#233; a una tecnica di localizzazione delle funzioni n&#233; a un sistema di conformazione dei diritti edificatori. Pu&#242; essere interpretata come un'infrastruttura pubblica di traduzione della conoscenza in scelte collettive e interventi coerenti. Questa funzione comprende almeno quattro operazioni.&lt;br class='autobr' /&gt;
La prima &#232; costruire una rappresentazione condivisa del e per il territorio. I dati devono essere messi in relazione, interpretati e resi comprensibili. Una carta non &#232; soltanto una rappresentazione tecnica: stabilisce quali fenomeni siano visibili e quali relazioni debbano essere considerate.&lt;br class='autobr' /&gt;
La seconda &#232; formulare obiettivi. Il piano deve esplicitare quale idea di sviluppo sostenibile e di benessere territoriale che si intenda perseguire: accessibilit&#224; ai servizi, qualit&#224; dell'abitare, salute, sicurezza climatica, protezione del suolo, riduzione delle disuguaglianze.&lt;br class='autobr' /&gt;
La terza &#232; valutare le alternative. La conoscenza deve servire a confrontare scenari, effetti distributivi, costi ambientali e benefici collettivi, evitando che un'unica soluzione venga presentata come tecnicamente inevitabile.&lt;br class='autobr' /&gt;
La quarta &#232; organizzare l'operativit&#224; e l'attuazione. Il piano deve collegare obiettivi, risorse, responsabilit&#224;, tempi, progettualit&#224; e sistemi di monitoraggio.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il valore della pianificazione risiede allora nella sua capacit&#224; di rendere la conoscenza finalizzata, discutibile, coordinabile e operabile. Non basta descrivere il territorio; occorre interpretarlo per pianificarlo, costruire le condizioni istituzionali attraverso le quali le conoscenze possano orientare trasformazioni coerenti con il benessere collettivo.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Dalla societ&#224; della conoscenza al governo sostenibile del territorio&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Le crisi e sfide contemporanee non derivano dunque da una mancanza di conoscenza ma dall'incapacit&#224; di orientare e organizzare ci&#242; che sappiamo verso finalit&#224; esplicite e condivise democraticamente. Sappiamo molto sui problemi ma continuiamo a usare una parte consistente della conoscenza per aumentare la produzione, accelerare i consumi, estrarre valore e competere per risorse e posizioni. La questione decisiva non &#232; quindi soltanto quanta conoscenza venga prodotta ma quale conoscenza venga resa operativa, da chi, con quali strumenti, per quali finalit&#224; e a vantaggio di chi.&lt;br class='autobr' /&gt;
Assumere il benessere come principio ordinatore significa riconoscere che l'economia non costituisce il fine ultimo della societ&#224;. Ci&#242; comporta una trasformazione simultaneamente culturale, economica, politica, territoriale, istituzionale ed ecologica. Richiede di passare dalla crescita come obiettivo alla crescita selettiva delle capacit&#224; sociali; dal Pil come misura dominante alla valutazione multidimensionale del benessere; dalla conoscenza come patrimonio specialistico alla conoscenza come bene pubblico; dalla decisione settoriale alla responsabilit&#224; integrata, inscritta in cornici condivise e coerenti di senso e riferimento; dalla riparazione dei danni alla prevenzione; dalla competizione estrattiva alla cooperazione rigenerativa.&lt;br class='autobr' /&gt;
La pianificazione urbanistica e territoriale pu&#242; (e deve) svolgere un ruolo essenziale in questa transizione, perch&#233; opera nel punto di incontro fra conoscenze, interessi, istituzioni e trasformazioni materiali. Il suo compito non &#232; soltanto stabilire dove e quanto trasformare ma costruire nel tempo coerenza tra ci&#242; che una societ&#224; sa, ci&#242; che dichiara di voler perseguire e ci&#242; che concretamente realizza.&lt;br class='autobr' /&gt;
Una societ&#224; realmente fondata sulla conoscenza non &#232; semplicemente una societ&#224; che accumula dati e/o pubblicazioni. &#200; una societ&#224; (e una cultura) capace di usare ci&#242; che conosce per prendersi cura delle comunit&#224; e dei territori e dei sistemi viventi dai quali dipende.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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